“Lavora quando puoi e riposa quando devi”
Lailah Gifty Akita

Charity shop: un modo diverso per prepararsi al Natale.

Abiti in un Charity Shop

di Daisy Bellis, da Leeds (GB)

Si aprono le porte di Dicembre e per qualche strano motivo anche gli spiriti più laici, selezionano per i propri comportamenti la modalità “festeggiamenti”, stimolati, forse, dalle luci ornamentali che qui, tra le vie inglesi, sfavillano tra un lampione e l’altro, già da un mese.

Un Charity Shop inglese.

Dicembre, il mese delle feste. Dicembre, il mese del ritardo, qualsiasi cosa tu decida d’intraprendere: dimenticati di spedire una lettera o di prendere un appuntamento dal medico o il treno se hai un’urgenza, la gente e’ troppo impegnata a pensare come celebrare, in un paio di settimane, la festa dello spreco. Non mi intendo di statistiche, ma credo che a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno si registri il numero di acquisti di cose inutili più alto di tutta la cultura occidentale.

E’ sufficiente osservare con un po’ di spirito critico ciò che abbiamo per distinguere quello che ci realmente ci serve da ciò che è superfluo. Molti potranno convenire con me che, in fin dei conti, tra le cose che possediamo, ciò che ci è indispensabile è vicino al nulla, non ci serve nulla.

Per sopperire a questo bisogno di nulla, qua, nella terra del consumismo esistono i “Charity Shops”. Il Charity Shop e’ stato il posto più attraente che abbia mai incontrato in territorio straniero dall’inizio della mia lunga vacanza, che vede compiere il secondo anno questo mese.
Ma cos’è un Charity Shop? Per dirla in parole povere è un negozio che vende la roba che tu non vuoi più, una delle prime forme di riciclaggio. Un’attività commerciale gestita da organizzazioni di beneficenza dove lavorano per lo più volontari.

Abiti in un Charity Shop
Le prime associazioni umanitarie ad aver iniziato questi esercizi sono la Red Cross (Croce Rossa) e Oxfam. Oxfam, che aprì il primo negozio dell’usato ad Oxford nel 1948 in Broad Street, tutt’oggi aperto, è la catena più popolare, ma per le vie inglesi troviamo ovunque negozi dello stesso genere: YMCA (Associazione Giovanile Maschile Cristiana), Barnardo’s (associazione caritatevole per i bambini), British Heart Foundation (Fondazione Britannica per il Cuore), Cancer Reserch UK (Ricerca sul Cancro Regno Unito), Roy Castle Lung Cancer Foundation (Fondazione Roy Castle contro il Cancro al Polmone) Save the Children (famosa anche in Italia), Scope (dedicata ai disabili) e Sue Ryder Care (a favore dei malati terminali), più altre piccole botteghe gestite per la raccolta fondi di alcune case di cura, ospedali e ospizi.

Gli acquisti più interessanti del Regno Unito li ho fatti in negozi dell’usato, come la mia maglia righe col cappuccio e Angelica, la mia chitarra.

Mi chiedo come mai in Italia non siano così popolari questi business….

Ricordi positivi sul riciclaggio mi portano indietro di qualche Natale, ad una cena a casa della mia amica Evelyn, dove tutti portammo quello che avremmo buttato via; tornai a casa con la coppola del nonno di Alessandro, il ricordo è ancora vivido in entrambi.
Che sia questa un’alternativa per il prossimo Natale?

Daisy Bellis – andreas@vicini.to.it

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