E’ impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che uno non viva così cautamente da non aver vissuto affatto.  (Joanne K. Rowling)

Un inatteso viaggio alla scoperta di sè: Vita di Pi

India francese, Pondicherry, una municipalità di circa 200000 abitanti (un po’ come il nostro quartiere). Qui inizia il racconto di Piscine Molitor Patel, chiamato Pi (dopo un’infanzia passata a farsi prendere in giro per il proprio nome, impara a memoria il Pi greco per far sì che i suoi compagni di scuola lo associassero a quell’impresa piuttosto che storpiarlo).
Pi è il figlio minore del proprietario dello zoo di Pondicherry, un’attrazione che ha consentito alla sua famiglia di vivere in un discreto benessere, con la possibilità di un’istruzione completa per Pi. Pi non è solo intelligente, ma è anche molto sensibile e interessato tanto al nuoto quanto alla spiritualità, tanto da ritenersi indù, cristiano e musulmano insieme.

A causa di problemi economici, e per garantire un futuro più sicuro ai propri figli, il padre di Pi decide di trasferire la sua famiglia in Canada, portando con sè i propri animali per poterli vendere una volta giunti a destinazione. Durante il viaggio, però, una violenta tempesta sorprende la grossa nave giapponese sulla quale sono imbarcati: per un caso fortuito, Pi riesce a salvarsi su di una scialuppa, unico sopravvissuto.
Unico sopravvissuto tra gli uomini. In realtà anche alcuni animali sono riusciti a trovare riparo sulla capiente scialuppa, e tra essi la feroce tigre del Bengala Richard Parker, attrazione principale dell’ex zoo.

Il viaggio alla deriva verso la salvezza diventa quindi ancora più difficile e doloroso: Pi deve affrontare la fame, il mare, le tempeste e anche la ferocia della tigre, sempre in agguato. Forzato alla convivenza con Richard Parker su quell’unica “arca della salvezza”, Pi dovrà imparare nuove cose dalla vita e dalla natura prima di poter raggiungere la terraferma.

“Vita di Pi” (qui il trailer ufficiale) è il nuovo film di Ang Lee, nominato a 11 premi Oscar, uscito a dicembre – senza troppo rumore –  nelle sale italiane, in 3D e non. Per cause di forza maggiore, ho “dovuto” vederlo con i temuti occhialini per la terza dimensione, e…sorpresa! Il film, che fa un sapiente utilizzo della tecnica del 3D, è godibilissimo: le riprese con frequenti cambi di messa a fuoco permettono di sfruttare ottimamente le possibilità offerte da queste tecniche tridimensionali, e lo spettatore osserva con meraviglia animali e piante sbucare davanti ai suoi occhi, senza fastidio alcuno (il film dura più di due ore), anche nelle scene d’azione. La tigre Richard Parker, co-protagonista del film, è stata realizzata con l’ausilio di raffinate tecniche di animazione digitale e di meccatronica, ma anche con la “recitazione” di quattro bellissimi esemplari di tigre del Bengala, ripresi con il green screen e aggiunti alle scene in cui il realismo dell’interazione con Pi fosse maggiormente necessario.

Ma il punto di forza del film non è il 3D, non sono i colori sgargianti e nemmeno la fantasia della trama (tratta dall’omonimo libro di Yann Martel): sono invece le tante chiavi di lettura che si possono dare ad esso. Un’improbabile avventura dal gusto ecologista? Un’esperienza spirituale alla ricerca di Dio? Uno spettacolare racconto di formazione? Una riflessione sul concetto di realtà e su quello di verità?
Tutto questo, e forse anche altro. E forse, nessuno. “Vita di Pi” è meraviglioso anche per questo: è pregno di un significato intenso che gli attribuisce lo spettatore, che è consapevole di tutto ciò che avviene ma anche che la storia potrebbe non essere andata come è stata descritta (è lo stesso Pi a darne una versione differente). E che sa che comunque la ricerca, la lotta e la crescita del protagonista sono un po’ quelle di tutta l’umanità.

Foto | Il buio in sala

Claudio Bortolussi
claudiob@vicini.to.it

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