“A volte si ha così tanta paura di morire, che ci si dimentica di vivere.”

(OMAR SY – Samuel, nel film “Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse”)

Il carcere minorile Ferrante Aporti e VICINI: un incontro.

“I ragazzi che vanno in carcere sono sempre troppi, anche uno solo”: è la convinzione che anima il lavoro di chi, nel Carcere Minorile Ferrante  Aporti di Torino, vive ogni giorno a fianco dei minori detenuti, aiutandoli nel percorso di recupero e reinserimento sociale.

Siamo ricevuti dalla direttrice, Gabriella Picco, e dal comandante degli agenti di Polizia Penitenziaria, Rocco Tralli.

Noi abbiamo in mente una tradizionale intervista, ma i nostri schemi saltano subito: nasce una coinvolgente chiacchierata sul mondo giovanile, i disagi, le problematiche e la mancanza di accudimento degli adolescenti di cui la società, in senso lato, è sempre più spesso responsabile.

Il Ferrante Aporti sta cambiando volto: fra poco, infatti, sarà completata la nuova struttura che ospiterà i ragazzi, a fianco del vecchio edificio.TYP-456791-4744034-fer

“Siamo a buon punto. La settimana scorsa ho preso in carico i locali – dice la dirigente – sono state ultimate le parti fondamentali della struttura. Ci sono ancora piccoli accorgimenti che si spera possano trovare completamento nel giro di un paio di mesi”. Dunque, è prossimo il trasferimento degli attuali 28 giovani, tutti maschi. La sezione femminile è stata chiusa nel 2010; l’Istituto che accoglie le ragazze dal nord Italia è ora quello di Pontremoli, in Toscana.

Il nuovo edificio potrà ospitare 44 ragazzi. Spiega la dottoressa Picco che verrà accolta anche utenza dalla Lombardia, in quanto in sovrannumero al Beccaria di Milano. In media, quotidianamente in tutti gli Istituti di Pena per Minori d’Italia ci sono circa 450 tra ragazzi e ragazze, un numero contenuto: significa che funziona quanto previsto dalla normativa penale minorile, ovvero progettualità esterne con i servizi sociali sul territorio. Infatti, sono circa 25.000 in Italia, purtroppo tanti, ci spiega il comandante Tralli, gli adolescenti tra i 14 e i 18 anni seguiti dai servizi territoriali facenti capo alla giustizia minorile. Il carcere è dunque il provvedimento estremo dopo vari interventi non riusciti.

E’ di questi giorni l’incontro al Comune di Torino con l’Assessorato alle Politiche Sociali: “Vuole essere una ripresa di contatti continuativi tra il Centro di Giustizia Minorile e il Comune – afferma la direttrice – noi abbiammo un protocollo di collaborazione attivo con la Città ormai da parecchio tempo. Collaboriamo con l’Ufficio Minori Stranieri, con il Settore delle Biblioteche, avendo una biblioteca interna gestita dal Comune di Torino. Vogliamo rinfrescare la collaborazione, soprattutto in vista del nuovo Istituto: avremo, ad esempio, bellissimi impianti sportivi che vorremmo aprire al territorio per fare un discorso di interazione sempre più forte. Credo che lo sport sia uno degli elementi che lo favorisca di più. Abbiamo spesso avuto scolaresche, accompagnate dagli insegnanti, che vengono a giocare la partitella a calcio con i nostri ragazzi: sono momenti importanti per i nostri, ma anche per loro, perché è una buona presa di coscienza di quella che è la realtà del carcere”.

E qui la riflessione della dottoressa Picco e del comandante Tralli si approfondisce: “I grossi problemi degli adolescenti si trovano soprattutto fuori, perché non sono conosciuti. A volte le stesse famiglie non ne sono consapevoli, o per pudore li nascondono. Serve anche più segnalazioni da parte delle scuole. Bisognerebbe fare un grande lavoro di prevenzione per evitare gli estremi del carcere. Le storie dei ragazzi che passano di qui sono di deprivazione affettiva, di assenza della famiglia, di mancanza di figure referenziali, ed hanno portato al percorso della detenzione. Se ci fosse un’attività di supporto forte sulle famiglie, un’attenzione costante e segnalazioni da parte della scuola, con conseguente attenzione particolare dei servizi sociali, forse tanti casi verrebbero risolti diversamente che non davanti ad un giudice”.

Ma quali sono, chiedo, le misure alternative al carcere? “Una è la messa alla prova, istituzione propria delle normative per i minori. Nel momento in cui il ragazzo prende coscienza e ammette davanti al giudice il reato che ha commesso, e collabora con i servizi per avviare un progetto di recupero su se stesso, il giudice sospende il processo e lo mette alla prova per un certo periodo di tempo, sempre seguito dai servizi sociali. Se il percorso ha buon esito, il reato viene estinto come se non fosse mai stato commesso. La misura è in vigore dal 1988 e ha dato ottimi risultati. Poi ci sono le misure alternative come l’affidamento in prova, che però significa che c’è già la condanna ad una pena, che viene scontata fuori dal carcere con un progetto. E’ un’opportunità solo per chi non ha recidiva. Per gli adolescenti e le loro famiglie è un’ottima opportunità. Ogni progetto che riguarda i minori deve coinvolgere anche le famiglie: se ne occupa il Servizio Sociale per i minorenni legato al Ministero della Giustizia. Noi coinvolgiamo le famiglie sul bene del ragazzo all’interno dell’Istituto”.

Sono soprattutto stranieri i ragazzi che transitano ogni anno dal Ferrante Aporti. Sono diverse le problematiche rispetto a quelle dei minori italiani? “No – risponde la dottoressa Picco – la maggiore componente di ragazzi stranieri è di seconda e anche di terza generazione, a parte l’etnia dei senegalesi arrivata negli ultimi anni. Il problema degli stranieri è lo scontro tra genitori, che ancora sono legati alle tradizioni, e figli che crescono e vivono in un ambiente completamente diverso. A parte questa caratteristica specifica, le problematiche sono simili per tutti”.

L’incontro è proseguito sulle iniziative, i progetti e la quotidianità nell’Istituto…ve li racconteremo nel prossimo numero del nostro giornale.

Rossella Lajolo

rossellal@vicini.to.it

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