“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

Le tragiche avventure del Palazzo del Lavoro

Uno dei più incredibili monumenti al genio dell’architettura moderna rischia di essere sommerso e soffocato dalle scartoffie e dall’incuria.

Chiunque per caso o per necessità si trovi a dover passare alla rotonda di corso Maroncelli e corso Unità d’Italia, e lanci uno sguardo distratto al parallelepipedo che gli si staglia davanti, resta sicuramente colpito da come si presenta.

La ruggine la fa da padrona, e la cancellata che separa la strada dalla vegetazione che ormai cresce senza controllo è pietosamente ricoperta da uno strato di incuria indicibile.

Sembrava che ci fosse finalmente una chance per portare finalmente  al dovuto lustro dopo 35 anni di inutilizzo, un capolavoro architettonico.Palazzo Nervi

E’ stato acquistato da una proprietà pubblico-privato in seguito a una cartolarizzazione del Demanio nel 2005. Il Tar ha però affondato la rinascita del Palazzo del Lavoro, capolavoro di Pier Luigi Nervi e uno dei simboli di Italia ’61 trasformatosi in un monumento alla ruggine. Con un investimento che si aggira intorno ai 150 milioni di euro e altri 15 milioni destinati alle casse del Comune, il colosso olandese Corio intendeva trasformarlo in un centro commerciale «no food» capace di dare lavoro a 800 persone.

Ma il Tribunale amministrativo regionale ha accolto il ricorso presentato della società 8 Gallery Immobiliare, che gestisce l’omonimo centro commerciale promosso dalla Fiat e poi rigirato nel vortice delle finanziarie immobiliari, e ha annullato la delibera del Comune che dava l’avvio al progetto e sulla quale si sono costruiti tutti gli atti successivi che, a questo punto e salvo ribaltamenti della sentenza al Consiglio di Stato, sono da considerarsi carta straccia.

Nel frattempo i vari comitati di cittadini si sono mobilitati, chi per paura dell’aumento del traffico, chi per il mantenimento delle aree verdi da non eliminare, chi per difendere i piccoli negozi che potrebbero chiudere. Tutto condivisibile, ma di proposte alternative per evitare fra qualche anno l’abbattimento della struttura che diventerà pericolante, ad oggi non se ne trova traccia. Anche in questa vicenda sembra di scorgere sintomi della “Sindrome NIMBY”, che ha congelato più di un tentativo di risolvere problemi semplici, rendendoli complicati ed a volte irrisolvibili.

Attendiamo fiduciosi. Dopo tante parole da parte di tutti, aspettiamo fatti concreti.

Angelo Tacconi

loris@vicini.to.it

 

 

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