“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

Aids: un totem che non deve diventare un tabù!

Il primo dicembre si è celebrata la giornata mondiale dedicata alla lotta contro l’Aids. A trent’anni esatti dalla comparsa di tale flagello, parlare di Aids resta ancora troppo spesso un tabù. E quando si combatte contro l’ignoto, la guerra è assai più ardua.

Il 50% delle vittime da Aids sono adolescenti. Vite che potrebbero essere strappate al contagio se solo, a scuola, fossero dedicate delle ore all’educazione sessuale. Invece, per malcelata e imbarazzante sessuofobia, si preferisce lasciare che gli adolescenti affrontino da autodidatti un terreno, tanto affascinante quanto pericoloso, come quello sessuale.

Appena il 39% dei ragazzi dichiara di utilizzare il preservativo durante i rapporti sessuali, pur consapevoli che la principale via di trasmissione è proprio quella sessuale. Questo perché termini come “preservativo”, “condom”, “profilattico” raramente vengono pronunciati con la giusta enfasi e convincimento che meriterebbero. Eppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità, accanto a castità e fedeltà, aggiunge l’uso del condom come argine al dilagare del virus.

Infine un misero 25% di giovani dichiara di sottoporsi regolarmente al test dell’ Hiv. La monogamia non è garanzia di immunità al virus! Troppo spesso si è ritenuto che l’Aids fosse un problema riguardante solo reietti ed emarginati sociali. Negli anni ’80, quando il virus mieteva le sue prime vittime, ad essere etichettati come untori di Aids erano prevalentemente omosessuali e transessuali, cioè individui ritenuti dediti ad una sessualità promiscua e disordinata.

Sicuramente l’Aids ha avuto la propria culla nella comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender): Freddie Mercury commosse il mondo intero quando, in un comunicato stampa, dichiarò di essere sieropositivo, George Michael dedicò al compagno, stroncato dall’Aids, la sua struggente Jesus to a child. Ora però il debellare tale piaga deve costituire un obiettivo per l’umanità tutta, senza steccati razziali o sessuali.che_mi_dici_di_willy_stephen_caffrey_norman_ren_001_jpg_hgev

“Quando troveranno la cura sarà come la fine della Seconda Guerra mondiale” così termina il film “Che mi dici di Willy?”, una delle prime pellicole a trattare la diffusione del virus negli anni ’80. E io aggiungerei: “Cerchiamo di esserci tutti quel giorno. Bastano pochi, semplici accorgimenti per non mancare all’appuntamento!”

Lorenzo Beatrice

lorenzob@vicini.to.it

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