“A volte si ha così tanta paura di morire, che ci si dimentica di vivere.”

(OMAR SY – Samuel, nel film “Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse”)

Per favore Shoah, non Olocausto!

Era il 27 gennaio 1945 quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Varcato il cancello del lager, sormontato dall’insegna “Il lavoro rende liberi”, il mondo conobbe compiutamente l’orrore del genocidio nazista. Cinque milioni di ebrei (due terzi dell’ebraismo europeo) restarono vittime della delirante “soluzione finale della questione ebraica” teorizzata e attuata da Hitler nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Giornata-della-MemoriaLa drammatica entità dello sterminio del popolo ebraico da parte della Germania hitleriana è stato magistralmente descritto in film, come Il pianista di Roman Polanski o Schindler’ s list di Steven Spielberg; oppure in libri come Se questo è un uomo di Primo Levi. Persino la filosofia ha sollevato dubbi esistenziali dopo le raccapriccianti scoperte effettuate nei lager nazisti: Hans Jonas affermò che se un Dio fosse veramente esistito, mai avrebbe consentito che una tragedia di tali proporzioni potesse abbattersi sull’umanità.

Dopo Auschwitz, il mondo iniziò a parlare di Shoah o Olocausto. Due sinonimi? Assolutamente no!

Spesso ci si riempie la bocca di belle parole utilizzando a sproposito termini che, per i diretti interessati, hanno una valenza assai diversa.

L’Olocausto, per la religione ebraica, indica la pratica sacrificale in cui la carne della vittima immolata sull’altare viene interamente bruciata. Il fumo delle carni arse sull’ara, elevandosi in alto, secondo gli ebrei, raggiunge idealmente la divinità che sentendone il profumo crea un’unione mistica con i credenti. Come possiamo associare la più alta espressione dell’ebraismo al raccapricciante genocidio perpetrato contro tale popolo?

La parola corretta per alludere al genocidio del popolo ebraico effettuato durante la Seconda guerra mondiale è Shoah. Tale parola è tradotta con “sterminio, catastrofe, sciagura”. Questo è il termine giusto, questa è la parola che, se pronunciata, rende emblematicamente l’idea della terrificante e devastante esperienza che ha attraversato l’ebraismo del ‘900.

Ogni 27 gennaio dobbiamo prestare attenzione alle parole utilizzate, alle frasi dette in memoria della Shoah. Lasciamo la preziosità della parola “Olocausto” ai rabbini e alle sinagoghe, cioè al centro più puro della religione ebraica. L’orrore dei campi di concentramento e la strage degli ebrei da parte dei nazisti definiamola unicamente con Shoah . . . a costo di ripeterci sì, ma almeno non offenderemo la sensibilità di quanti sopravvissuti alla Shoah, e non all’Olocausto, recano ancora gli indimenticabili segni sulla propria pelle.

Lorenzo Beatrice

lorenzob@vicini.to.it

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