Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.
(Lev Tolstoj)

Cosa ha detto il Sinodo sulla famiglia. Incontro con don Antonio a Cascina Roccafranca

Un gradito ritorno in Cascina Roccafranca, quello di don Antonio Menegon, frate camilliano, anima della Comunità Madian “torinese dell’anno 2011”.

L’incontro, organizzato dal Gruppo Fra le Righe il 17 scorso, aveva per scopo esaminare quanto si è discusso e deciso al Sinodo dei Vescovi conclusosi di recente.Menegon

Intanto, dice don Antonio, si tratta di un Sinodo straordinario, preparatorio a quello ufficiale che si terrà nel 2015. Per chi non lo sapesse, il Sinodo dei vescovi è un’assemblea consultiva a cui partecipano le Conferenze episcopali di tutto il mondo e di cui si serve il Papa per raccogliere le opinioni della comunità cattolica su un tema proposto.

Il criterio con cui si è svolto è stato quello annunciato dal Papa: piena libertà di espressione. A dire, i suggerimenti non devono venire dalla Curia come interpretazione del pensiero del Papa regnante, ma dal popolo dei credenti. Come infatti è avvenuto con i questionari distribuiti in precedenza nelle Parrocchie e che hanno contribuito ad alimentare il documento di lavoro.

E l’impostazione doveva essere non dottrinale ma pastorale.

Come si deve porre il prete che sta in trincea di fronte ai problemi della gente? (per far apprezzare il quesito nel suo spessore bisognerebbe riuscire a descrivere la passione e la compassione con cui don Antonio se lo propone).

A che serve nascondersi dietro la dottrina (l’indissolubilità del matrimonio, la contraccezione, la sacralità dell’eucaristia) quando la gente si presenta con la propria sofferenza interiore e penose decisioni da prendere?

Sui temi in discussione che riguardano la famiglia, don Antonio propone alcune chiavi di lettura.

Chi si augura, quando ci si sposa, che il matrimonio finisca al più presto? Eppure succede. E’ il problema della morte dell’amore: quando finisce, non c’è una seconda chance. Ha senso quindi sprofondare in una serie di contrasti, magari di violenze, con conseguenze di certo diseducative, forse traumatiche, per i figli?

Ed ha senso negare a chi ha avuto la vita sconvolta da questa sconfitta il diritto di tentare una strada nuova?

Un punto essenziale di questo Sinodo è la dimensione mondiale. La famiglia come la conosciamo noi occidentali non è la stessa in Asia o Africa. In Asia ci sono famiglie interculturali, interetniche e interreligiose, derivanti da matrimoni misti. In Africa è molto diffusa la poligamia. Come riconciliare questi diversi stati?

Si fa strada il concetto di famiglia come di “persone che vogliono costruire assieme”. Al centro, quindi, la persona umana. La norma non è più la dottrina (che, comunque, non viene interpellata) ma la persona: i comportamenti dell’uomo quando opera per il bene comune. E l’amore: dove c’è l’amore, dice don Antonio, c’è Dio.

Il risultato, tuttavia, non si realizza da sé: occorre il sacrificio, la capacità di comunicare, a non badare solo ai propri diritti.

Altro aspetto trattato dal Sinodo è la necessità di difendere la famiglia e sostenerla: come faranno i giovani a sposarsi senza un lavoro? E quanti divorzi avvengono per motivi economici?
Giustizia, libertà, rispetto dei diritti sono il fondamento. E l’amore.

Non sono passate (le mozioni, per essere menzionate, devono avere la maggioranza dei due terzi dell’assemblea) le proposte che riguardavano la comunione ai divorziati, la contraccezione e le unioni omosessuali. A questo proposito viene alla mente l’osservazione di un nostro lettore, psicologo, oggi lucido novantenne: tutte le incomprensioni, quando si parla di omosessualità nascono dal riferimento al sesso; se si pensasse che, alla base dell’unione, c’è l’amore i nostri pregiudizi entrerebbero in crisi.

Ma non è detto che le richieste dei fedeli rimangano inascoltate. Il Papa ha riaffermato che le indicazioni del Sinodo saranno accettate, ma ha anche segnalato alcuni pericoli: l’irrigidimento dottrinale, il “buonismo distruttivo”, ossia il limitarsi a curare le ferite senza ricercarne le cause, il tentativo di chiudersi anziché rimanere aperti e ricettivi ai bisogni della gente.
Il prossimo Sinodo avrà un nuovo “instrumentum laboris” che terrà conto dei risultati di questa assemblea, ma potrebbe rivedere alcune posizioni o proporne altre.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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