C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

“Torino città religiosa”: il melting pot del quartiere San Salvario

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Per gentile concessione. Illustrazione di Monica Torasso per sunsalvario.it – All rights Reserved

Sabato 29 Novembre, dalle 10 alle 11.30, presso il Centro Interculturale di C.so Taranto 160 si è tenuta la terzultima lezione del corso “Nutrire l’anima” dedicata questa volta a “Torino città religiosa”.

Quando pensiamo al pluralismo religioso torinese, pensiamo necessariamente al quartiere San Salvario. Nel 1848 lo Statuto Albertino concede diritti civili e religiosi alla comunità valdese ed ebraica. Entrambe le confessioni optano per San Salvario come sede urbana dei rispettivi luoghi di culto.

La Congregazione Evangelica di Torino inizia ad interrogarsi sulla necessità, visibilità e localizzazione del tempio valdese. Quest’ultimo, nel 1853, viene eretto in C.so Vittorio Emanuele II 23, cioè in un’arteria cittadina che per percorrenza e prestigio avrebbe garantito visibilità all’edificio religioso.

Ben presto, accanto al tempio valdese, vengono edificati locali scolastici e un polo ospedaliero: cioè si crea un vero e proprio isolato confessionale. A pochi metri dal tempio valdese, al numero civico 13, viene costruita per volere di San Giovanni Bosco la Chiesa di San Giovanni Evangelista.

A partire dal 1998 questa chiesa ospita la comunità filippina cattolica di Torino; cioè dall’oratorio del cattolicesimo sociale di San Giovanni Bosco si è passati alla chiesa etnica di Manila . . .

Ben più travagliata, rispetto al tempio valdese, è stata la storia della sinagoga. Per decenni la comunità ebraica torinese si è interrogata sulla necessità di edificare un luogo di culto riconosciuto che, secondo alcuni, avrebbe intaccato la dimensione privata della preghiera e lettura domestica della Torah.

Nel 1859 viene deciso di costruire la sinagoga di Torino nella zona centrale attualmente occupata dalla Mole Antonelliana. La sinagoga avrebbe dovuto ispirarsi al modello architettonico di quella di Lipsia e il progetto di edificazione venne affidato all’architetto Alessandro Antonelli grazie al finanziamento dell’Università Israelitica.

Grazie ad un decreto regio, nel 1860 viene approvato il progetto (il tempio valdese era già operativo e funzionale da almeno dieci anni). A causa delle lungaggini burocratiche, i prezzi iniziano a lievitare diventando semplicemente insostenibili. Così, anche a causa della morte del rabbino capo della comunità ebraica di Torino, il terreno viene acquistato dal municipio di Torino per £ 150.000 (gli ebrei lo ebbero pagato £ 33.000).

La comunità ebraica di Torino individua, nell’ex ghetto della città, il luogo definitivo di costruzione della sinagoga. Nel 1880 viene posta, dopo essere stata fatta arrivare direttamente da Gerusalemme, la prima pietra della sinagoga in Piazzetta Primo Levi, nel quartiere San Salvario. Ben presto, accanto alla sinagoga sorgono una scuola elementare e media ebraica: anche in questo caso, come con i valdesi, si innesca un processo di occupazione strategica del territorio.

In San Salvario sono presenti anche quattro sale del regno dei Testimoni di Geova. Gli adepti della religione Baha’i (originaria della Persia) non necessitano di un luogo di culto: pur essendo relativamente pochi, per essi l’importante è essere presenti ovunque.

Torino, come ben si sa, è anche una città esoterica. Il capoluogo regionale piemontese è compreso come vertice sia nel triangolo della magia bianca (Torino, Praga, Lione) che in quello della magia nera (Torino, Londra, San Francisco). Questo mito alimenta a Torino l’afflusso di maghi, santoni, indovini, Damanhûr e della Chiesa di Satana. La Chiesa di Satana non ha nulla a che vedere con le sette sataniche: essa si richiama al demonio per controllarlo e ridurne gli influssi negativi sull’uomo. L’alone di mistero che avvolge Torino ne alimenta la leggenda di città sulfurea, dell’occultismo . . .

In chiusura, bisogna menzionare la presenza in San Salvario delle innumerevoli sale di preghiera islamiche. Esse sono invisibili e localizzate perlopiù lungo Via Berthollet. Invece innumerevoli centri yoga e scuole di meditazione sono ubicate in Via Massena. Questi centri si richiamano al buddhismo giapponese che, a Torino, è il più diffuso.

Interessante notare, come esempio dell’intricato ginepraio del pluralismo religioso torinese, il fatto che il 9% dei cinesi residenti a Torino siano Testimoni di Geova.

Il prossimo Sabato, 6 Dicembre, Maria Chiara Giorda lascerà la parola a Sarah Hejazi per parlare di “La donna nelle religioni”.

Lorenzo Beatrice

lorenzob@vicini.to.it

 

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