E’ impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che uno non viva così cautamente da non aver vissuto affatto.  (Joanne K. Rowling)

Giuseppe Culicchia e i molti volti di Torino. Per Leggermente

La cucina di "Torino casa nostra"
La cucina di "Torino casa nostra"
La cucina di “Torino casa nostra”

L’dea di “Torino è casa mia”, uscito nel 2005, era quella di rappresentare la propria città, molto amata, come la propria casa: un ingresso, Porta Nuova, Via Roma, un lungo, prestigioso corridoio che finisce nel salotto di Piazza San Carlo. Non mancano bagno e cucina.

Così Giuseppe Culicchia raccontava la “sua” Torino.

Cosa è cambiato dal 2005 ad oggi? Moltissimo.

Intanto il lavoro: un tempo se chiedevi a qualcuno “che lavoro fai” la risposta era immediata, oggi la risposta potrebbe tardare un po’.

Le Olimpiadi ci hanno messo, sia pure per poco, al centro del mondo. Ci siamo lasciati alle spalle gli stereotipi come “esodo ferragostano” con l’inevitabile “controesodo”. E’ un po’ rientrato anche quello di “grigia città industriale”. Ma non ci siamo ancora dati una fisionomia.

Il turismo, effetto di trascinamento delle Olimpiadi, è oggi una realtà economica, ma non potrà mai essere paragonabile alle città d’arte o a quel museo a cielo aperto che è Venezia: dove, peraltro, i residenti sono ormai 60.000, meno di un quartiere, per Torino.

La tentazione di far parlare l’autore sul futuro di Torino è irresistibile.

Torino città della cultura non convince del tutto: si rischia di diventare una macchina di produzione di eventi. Ma potremo anche qualificarci come un luogo dove si insegna meglio che altrove, e accogliere studenti da tutto il mondo. Ancora, sull’accoglienza, dovremmo essere all’avanguardia, se si pensa alla massiccia immigrazione degli anni ’60 a cui abbiamo fatto fronte praticamente senza strutture.

 Ma il libro è in realtà uno sguardo sulla città che è nostra e che non vediamo e che è anche poco raccontata: piazze auliche in cui si vede sempre il cielo. I gabbiani a Porta Palazzo (per il mare dobbiamo forse aspettare qualche decennio). Quartieri che sono essi stessi delle città con una propria identità: ci si conosce, frequentiamo gli stessi luoghi.

Il libro raccoglie anche il racconto di cittadini, negozianti “storici”, Maciste che si esibiva in catene come Houdini a Porta Pila.

Uno sguardo ed un invito a tutti noi di alzare il nostro sguardo e a scrivere anche noi sulla “nostra casa” che è Torino. Invito colto al volo da Tommaso, assiduo partecipe degli incontri con gli autori: “Sapete dove faccio le vacanze io? A Torino”.

L’incontro è stato organizzato dal Gruppo di lettura dell’Ecomuseo. Quello che segue è un racconto dell’evento dalla prospettiva di chi ci ha lavorato, e tanto.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

Giuseppe Culicchia e i molti volti di Torino

di Eva Alciati

Non è mai prevedibile come andrà una presentazione.

Quante persone verranno? Abbiamo pubblicizzato a sufficienza l’evento? L’autore come si presenterà? E sarà soddisfatto? Queste sono alcune delle domande che assillano chi prepara un incontro pubblico con uno scrittore. Per non parlare di altri tormenti più personali che vanno dalla difficoltà di tenere tutto sotto controllo all’ansia sulle proprie capacità comunicative.

 L’autore è Giuseppe Culicchia, il libro è “Torino è casa nostra” e l’incontro si è tenuto giovedì 14 gennaio, alle ore 18,00 nella galleria della Cascina Roccafranca.

La galleria è la sala più grande della struttura.  E se sarà mezza vuota? Una pessima impressione.

Invece no. Era tutta piena: circa 120 persone. Non si sa mai cosa aspettarsi.

Inizio con un leggero ritardo. Culicchia…si è perso! Ebbene sì, come ha dichiarato lui stesso in apertura dell’incontro: scrive libri su Torino ma poi si perde. Arrivava in bicicletta dal centro città, dove abita, e in piazza Pitagora non sapeva più quale strada prendere per raggiungere la Cascina. Poco male, uno di noi è andato a recuperarlo, nessuno se ne è accorto.

Così abbiamo iniziato a parlare proprio di Torino, la nostra amata città che cerca di sopravvivere fra industrie dismesse, negozi che chiudono, una disoccupazione giovanile altissima e una popolazione che invecchia. Il quadro iniziale descritto da Culicchia è devastante: una generazione, quella dei trenta-quarantenni, che lavora ad intermittenza e non riesce a costruirsi una vita abbastanza stabile da metter su famiglia e dare spazio ad una nuova generazione.

A Torino il turismo è aumentato ma non è paragonabile a Venezia o a Firenze e non è neanche auspicabile, perché la trasformerebbe in una città non più vivibile dai torinesi.

Ogni cosa avviene lentamente: la metropolitana con una sola linea, aree ed edifici dimenticati nel degrado, scelte amministrative discutibili come la disincentivazione alla raccolta dei rifiuti differenziati per alimentare un inceneritore vorace.

Culicchia mette fortemente l’accento sulle diverse realtà di Torino. A volte basta un viale o una piazza o un tratto di fiume, attraversato il quale ci si trova in un quartiere completamente diverso da quello da cui si arriva. Per questo la città è caratteristica per ognuno di noi e può essere esplorata continuamente, anche da chi ci abita. Nel libro riporta le testimonianze di anziani negozianti e giovani artigiani intraprendenti, racconti come quello dell’autista di autobus che sognava di trasferirsi al mare e, rispondendo ad una bando interno della GTT, accetta un posto per la manutenzione fluviale del Po, diventando così appassionato osservatore di una flora ed una fauna sconosciute ai più (certo, pantegane comprese).

E poi ci sono le immigrazioni: quelle dalle campagne, dal Veneto e dal sud Italia tipiche degli anni ’50 e ’60, di cui anche la famiglia dello scrittore è protagonista, a cui fanno seguito le immigrazioni dal nord Africa e dall’est Europa degli anni ’80 e ’90.

Oggi sono più le persone che vanno via da Torino di quelle che vi arrivano.

Poi alcune domande dal pubblico e anche qualche ricordo nostalgico.

Seguono i ringraziamenti, i saluti e la generosa e paziente disponibilità di Culicchia per le dediche sui libri.

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