Se giudichi le persone, non hai il tempo di amarle.
(Madre Teresa di Calcutta)

Caffè letterari-S. Rita il quartiere dei Centomila alla Villa Amoretti

Anche questa volta sala piena, organizzatori raggianti. I tavoli da 4 posti si inseriscono nel salone a volta contornato da affreschi, senza disturbarne l’armonia. Sui tavoli alcuni antipasti presentati in un vassoio con attenzione alla disposizione ed alla distribuzione dei colori. Un particolare che non poteva essere casuale, vista$_35 la presenza degli allievi dell’istituto alberghiero Colombatto guidati dall’insegnante Carlo Forti.

E’ il terzo ed ultimo appuntamento del ciclo Caffè letterari proposti dalla Circoscrizione 2 per dare spazio ad autori emergenti della Circoscrizione stessa. In programma la presentazione del libro “S. Rita – Il quartiere dei centomila”, realizzato a più mani da Enrico Bonasso, Giancarlo Libert, Clotilde e Bartolomeo Paolino.

La storia del borgo ha origine dall’assedio di Torino da parte dei francesi nel 1706, quando il comandante del contingente francese pose il suo quartier generale nella cascina Olivero dell’attuale via Arbe. E’ però negli anni ’20 del ‘900 che un giovane prete riuscì a convincere alcune famiglie della zona e la curia a finanziare la costruzione di un santuario dedicato poi a S. Rita da Cascia.

La scuola Mazzini, un gruppo di case popolari e poi la vicina Fiat Mirafiori alimentarono l’espansione urbanistica e demografica della zona, che negli anni ’60 superò i 100.000 abitanti, epoca in cui è popolarmente denominata “il borgo dei Centomila”. Quella da quel periodo in poi è storia nota: a Santa Rita si sviluppano molte industrie legate al mondo automobilistico e tutto l’indotto. Il mercato del lavoro è alimentato dall’immigrazione da varie Regioni, dai profughi provenienti dall’Istria. L’inurbamento è sostenuto dalle Casermette, le case INA, Gescal. Il racconto scorre con la regia di Juri Bossuto, anch’egli profondo conoscitore di questo territorio. Fino al momento attuale caratterizzato dalla de-industrializzazione e dalla decrescita demografica.

 Accompagnano il racconto le gustose mini portate di un menu a tema servite dai ragazzi dell’alberghiero: crèpes per ricordare l’assedio francese, salsiccia e patate per il Regno delle 2 Sicilie, panserotti all’acciuga e cozze dalla Puglia (l’asse del treno), e ancora filetto di maiale marinato, arancia caramellata.

 Stante l’audio scadente (non è attendibile l’ipotesi di coprire gli affreschi con materiale fonoassorbente), abbiamo optato per una chiacchierata con Enrico Bonasso, che ringraziamo insieme agli altri 3 autori.

Come si collabora per scrivere un libro in 4? Ognuno di voi ha commentato e documentato un periodo particolare?

“E’ il vantaggio di non avere altro interesse che la buona riuscita del libro. Un gruppo di conoscenti di vecchia data, collaborazione e coordinamento. Ma non ci sono prospettive di introiti o anche di lustro personale. Le ricerche sono state fatte in condivisione, attingendo all’Ecomuseo urbano e ad altre fonti disponibili. Obiettivo, offrire alla cittadinanza una restituzione di un lavoro fatto.” Circa l’ansia di pubblicazione, Bonasso si dichiara unico colpevole.

Ci avete obbligati a fare un ripasso di storia a sessione d’esame chiusa. Però sembra quasi che ci sia un salto: dall’assedio di Torino si arriva ai primi anni venti, quando un prete pretenzioso (a cui però dobbiamo essere grati) fa costruire il santuario. Cosa è successo in quel periodo?

“Nulla, o nulla che possa sperare di appartenere alla grande Storia. La vita si svolgeva attorno alla cascina del luogo. Ogni Cascina ha la sua storia di famiglia: le visite dei Rignon in vacanza, i raccolti. Quella di don Giovanni Baloire è un’intuizione: quella zona, sede di insediamenti all’epoca dell’assedio (fureria, panetteria, l’ospedale militare) ha prospettive di sviluppo. Costruire un santuario è una sorta di innesco, per questo riceve finanziamenti dalle famiglie nobili (si parla di piccola nobiltà terriera, quella che in Inghilterra prima della Rivoluzione Industriale era costituita dai gentlemen farmers)”

Di cosa viveva la gente prima dell’insediamento di Fiat? Industrie, tenute agricole? Quando iniziano gli insediamenti?

“Fino a quel periodo dominava ancora l’agricoltura incentrata sulla cascina. Ma già nel 1922 iniziano i frazionamenti dei terreni. Nascono le prime case di proprietà con orticello annesso, con una dotazione di terreni che spesso è ben più grande della casa. Nel primo dopoguerra arrivano le case basse di Via Guido Reni, oggetto di uno scandalo immobiliare che avrebbe fatto il paio con quelli dei palazzinari di oggi.”

Dunque arriva la Fiat. Quando iniziano i primi flussi migratori? Di quale provenienza?

“I primi arrivano dalle zone del Piemonte: Astigiano, valli del Canavese. Poi dal Veneto e dagli anni ’50 dal meridione. Una curiosità: nel 1965 circa compaiono i toscani, che papà (Bonasso) chiamava gli “italiani”: perché parlavano un dialetto che assomigliava tantissimo all’italiano. Era l’epoca in cui le denominazioni erano caratterizzate dai luoghi: vado in Torino, abito ‘ntal Borg ‘dl fum (Corso Regio Parco, CEAT). Tra Via Guido Reni e Via Arbe c’era il dazio, dove terminava Via San Paolo: per questo il nome antico era Barriera S. Paolo (mentre Borgo S. Paolo è più accentrato). Mentre Mirafiori non era altro che un piccolo borgo presso il Sangone, noto perché si insediò la Fiat, S. Rita era formata da 10 parrocchie, quasi tutta l’attuale Circoscrizione 2.”

Com’è adesso il quartiere, dopo l’emigrazione di Fiat? Esiste ancora un’identità?

“Mah, questo lo vedete anche voi.”

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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