C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

La scrittrice Antonella Ossorio incontra gli studenti. Leggermente in classe.

Antonella-Ossorio

Secondo incontro della settimana, giovedì 10 a Cascina Roccafranca, per il ciclo Leggermente in classe. Inserito nel progetto Leggermente organizzato da Roccafranca e dalla biblioteca civica Villa Amoretti, sono protagoniste della mattinata alcune classi Classi 3a e 4a dell’Istituto Tecnico Maxwell di Nichelino e del Liceo Scientifico Maiorana, che hanno analizzato il romanzo “La mammana”.

La mammana era colei che aiutava le donne durante il momento del parto; figura rispettata e benevola, in antichità persino mistica. Lucina, la mammana del paese, in realtà chiamata per un aborto, salva da morte certa, aiutandola a nascere, Stella, una bambina albina di cui si assumerà, la responsabilità di curarla e proteggerla da una realtà provinciale che la rifiuta in quanto strana, diversa, figlia del demonio.

Il rango di protagonisti gli studenti se lo meritano, in quanto l’autrice si limita ad una breve introduzione sul suo percorso di scrittrice, lasciando poi spazio alle domande dei ragazzi.

Antonella Ossorio è stata insegnante di scuola materna, ed è lì che ha iniziato ad esercitare il suo bisogno di scrivere: ma i bimbi sotto i 6 anni non sanno leggere e quindi ha dovuto usare un linguaggio adatto a loro. Così inizia con lo scrivere commedie in versi, che i bimbi possono interpretare recitando a memoria (come non ricordare che anche Shakespeare scriveva così). Quello di operare sul linguaggio è una scelta che l’ha accompagnata anche in questo romanzo.

Arrivano le domande. Un ragazzo dell’ITIS suggerisce di rivelare il trucco per mantenere viva l’attenzione. Altri tastano il terreno sul modo di lavorare: gli orari di lavoro, le parti preferite del romanzo, se esista una morale, un messaggio. Ne scaturisce un piccolo prontuario sul mestiere dello scrivere: l’uso del vocabolario, la suddivisione in capitoli lasciando sempre qualcosa in sospeso, l’univocità dell’opera, la necessità che tutto ciò che si scrive abbia una sua funzione, nulla sia inutile. Persino su come si possa scrivere con il sugo sul fuoco. Quanto alla morale, Ossorio non si sente di assecondare questa ipotesi: nessun messaggio, semmai domande, a cui il lettore potrà tentare di dare una risposta.

I ragazzi del liceo, nel turno successivo, entrano più nel merito del romanzo. Perché l’ha ambientato in un paesino di provincia, lei che è di Napoli-Napoli; perché in un’epoca diversa dall’ attuale; come ha fatto ad immedesimarsi?

E’ l’occasione per parlare del romanzo senza raccontarlo.

Il romanzo finisce a Napoli, ma non poteva svolgersi a Napoli: è una città che ha una sua personalità, diventerebbe essa stessa protagonista. L’Irpinia, invece, ha un suo passato glorioso che merita riscattare: di terra, tradizioni, attività agricole. Lo scrittore si immerge nella ricerca attraverso i documenti dell’epoca: mentre per i grandi avvenimenti abbiamo la Storia, per il quotidiano occorre un lungo lavoro di selezione. Si imparano aspetti della vita, forse non nuovi ma che hanno forme diverse da quelle che conosciamo oggi.

E’ questa l’origine della storia e della diversità dei protagonisti: durante la sua ricerca Ossorio scopre la vicenda di Carolina, una nana vissuta a metà dell’800. Era una forma di svago esibire nei salotti dell’aristocrazia persone e portatrici di qualche deformità fisica (ecco perché esiste traccia della vita di Carolina, altrimenti nessuno lo avrebbe ricordato). Quindi costruisce la figura di Stella, bimba bellissima e rifiutata per la sua difformità fisica, e della sua balia, Lucina, che non poteva solo essere una donna amorevole; serviva un’affinità anche nella diversità fisica.

Non è sfuggita agli studenti la caratteristica del linguaggio. Si tratta di un dialetto parlato nell’800 dai contadini dell’epoca? No, è un artificio. Nessuno saprebbe riprodurre una parlata di quell’epoca senza gli strumenti moderni. A Ossorio interessava conservare la musicalità, la ricchezza di vocabolario: magari con termini di difficile comprensione, e sarà allora il contesto ad aiutare (torna alla mente il linguaggio usato con i bambini. E come non ricordare Camilleri?).

I ragazzi sembrano timidi, ma le domande arrivano, e per nulla banali: è una società patriarcale, quella che isola la donna che non risponde perfettamente alle caratteristiche femminili? Perché l’importanza degli animali? E, ancora, sul destino dei personaggi, sull’uso del flashback, sul contesto storico (come il fenomeno delle comete che passano proprio alla nascita della bimba).

Molte risposte arrivano quando l’autrice viene sollecitata a indicare le sue preferenze di lettura.

Ossorio si dichiara ammiratrice di Marquez e della forma letteraria del realismo magico. Un mondo governato dagli astri (le comete sono effettivamente passate in quel periodo). Il nome dei personaggi ed il loro destino (Lucina, dea del parto, Stella), animali che diventano essi stessi personaggi, un modo per declinare l’amore nella natura. Il potere nascosto del femminino, (l’incantatrice che toglie il malocchio), in contrapposizione a quello sociale degli uomini.

Napoli stessa, città a suo modo sudamericana, meticcia, oggetto di diverse dominazioni straniere, è portatrice di quell’atmosfera.

Esistono i feminielli?

Si torna sul tema della diversità. Esistono, ma non si tratta di transessualità; anzi sono figure accettate socialmente (viene in mente un personaggio del film di Ettore Scola “Brutti, sporchi e cattivi” che, tolta la parrucca color fucsia, non esita ad “approfittare” della sorellastra): Ossorio cita una festa dedicata a loro in Irpinia, la “juta” (fuga: mi scuso per eventuali imperfezioni) che si celebra il 2 febbraio. Nientemeno. Alla faccia dell’ostracismo per il diverso.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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