“La televisione ha provato che le persone prestano attenzione a qualunque cosa piuttosto che le une alle altre.”  ( Ann Landers )

Flussi migratori e impatto sulla nostra società. Incontro con don Antonio Menegon

immigrazione

Intervista del Gruppo Fra le righe di Cascina Roccafranca a don Antonio Menegon

Nel consueto appuntamento del martedì in Cascina Roccafranca, il 31 maggio scorso, il Gruppo Fra le righe ha ospitato don Antonio Menegon, dei padri Camilliani. Don Antonio è stato spesso un riferimento per il gruppo in materia di religione, ma in questa occasione la sua esperienza di solidarietà e assistenza alle popolazioni colpite da calamità naturali e da povertà endemica ha suggerito di affrontare il tema dell’impatto sulla nostra società dell’immigrazione e dell’aumento della popolazione mondiale.

Don Antonio introduce l’argomento secondo tre linee di riflessione:

-Destino della nostra civiltà

-Flussi migratori

-Tematica delle religioni

Viviamo un periodo di fine civiltà. Esistono numerosi segni. La corruzione. Non solo della classe politica italiana o planetaria, ma una corruzione estesa a tutto. Politica, società; anche la Chiesa.

La violenza. E’ possibile il trasferimento di masse enormi di popoli senza un portato di violenza? L’ipocrisia dei “non richiedenti asilo” quando a muovere questi milioni di persone è la povertà.

L’ipocrisia dell’ ”aiutiamoli in casa loro”, come se fosse semplice rivedere la nostra civiltà. Siamo disponibili a destinare risorse ingenti, ed impoverire noi stessi? Esportare la democrazia? Abbiamo esempi evidenti: in Kenia, uno Stato retto da principi democratici ma in cui un Presidente governa da decenni. O in Bulgaria, dove sono stati stesi 70 km di filo spinato alle frontiere.

Quindi quali forme dovrebbe assumere l’aiuto dell’Occidente?

Un passaggio fondamentale è l’integrazione: con un’avvertenza. L’islam non è una religione troppo incline all’integrazione. Si veda come la seconda e terza generazione dell’immigrazione di cultura islamica non abbiano raggiunto un livello accettabile di integrazione. Né si può contare sull’Islam moderato, e lì l’esempio che viene alla mente è l’Arabia Saudita, in bilico tra confronto e conflitto. Che dimostra come la radicalizzazione non sia il problema; e tuttavia se non si affronta l’islam moderato la radicalizzazione si rafforza.

L’integrazione è dunque la strada obbligata. E’ questa la sfida, e non è indolore.

I nostri figli sono destinati ad un mondo meraviglioso ma in un clima di crescente violenza.

La nostra risposta può solo essere il non chiuderci, il non cedere alle paure. Aggredire significa cedere alla sconfitta.

Abbandonare le nostre false sicurezze

Avere una forte identità, e saper riconoscere quella degli altri. In questo senso è un pericolo anche l’indifferenza nei confronti della nostra identità cristiana.

Infine avere fiducia nei giovani: superare le chiusure, fin dalla scuola materna, abbandonare le paure. I governanti rispondono ai più paurosi, ai meno solidali.

Quindi è la volta delle domande del gruppo.

Tommaso: siamo troppo remissivi nei confronti delle pretese degli islamici. Loro vogliono le loro chiese e, dove domina l’Islam, le chiese cristiane vengono attaccate.

don Antonio: certo, occorre reciprocità. Ma guardate, non è un problema religioso, ma economico e di potere. Governi e fazioni si ammantano dell’ideologia, ma in gioco c’è il petrolio e il denaro. Come dicevo, si guardi all’Arabia Saudita: di religione non si parla proprio ma lì la reciprocità è al bando più che altrove.

Salvatore: Molto deve essere dovuto al fatto che la cultura islamica non è passata attraverso l’illuminismo. C’è in Occidente una sorta di coesistenza tra il criterio illuministico e quello religioso. La convivenza è la soluzione. Ma mentre la nostra religione dice: va e distribuisci ai poveri (beati i poveri ma di spirito), se gli stessi che distribuiscono la parola di Cristo, lasciano pensare che non ci credano affatto, come possono crederci i fedeli?

don Antonio: Già. Io ad un convegno ho fatto saltare dalla sedia 3 imam perchè mi sono messo a parlare male di Dio. Cioè della religione. Dicevo: distinguere la religione dalla fede. Dalle ideologie, da regole che esulano dalla fede. Potranno cadere le religioni, ma rimarrà la fede. Inutile pensare che esistano dèi a iosa come nell’Olimpo dei Greci. Se un Dio esiste deve essere un Dio che è uno. Dobbiamo ripensare, resettare l’idea di Dio che abbiamo ed andare in cerca di Dio. Guardate che Gesù è venuto a combattere la religione. Le gerarchie, il Sinedrio, il Sommo Sacerdote. Non l’ha ucciso il popolo ebraico ma le gerarchie ecclesiastiche. La motivazione di fondo è stata: Se è vero quello che dice allora il nostro potere crolla.

Le religioni propongono un’idea di Dio che corrisponde alle proprie logiche. Siamo noi che abbiamo creato Dio a nostra somiglianza. Un Dio antropomorfo. La fede può invece unirci. La ricerca di Dio. Non sappiamo cosa sia ma conosciamo le sue manifestazioni, in primo luogo l’amore.

Ezio: cosa pensa dell’incremento demografico? Incominciano ad esserci reazioni da parte dei cittadini su questo aspetto. Alcuni governi si stanno muovendo.

don Antonio: non è un vero problema per noi italiani. Ma è un problema culturale per alcuni popoli. Per l’africano la prole è forza, per l’Islam l’aspetto demografico è potere. Ma nel fenomeno dell’emigrazione c’è un aspetto che forse viene trascurato: si perde il senso della famiglia. Il padre se ne allontana, i figli rimangono ad affrontare il futuro ma un futuro che spesso non esiste.

Elio: c’è una questione di coscienza. Dobbiamo rimettere al centro l’essere umano ora svalutato. Guardiamo alle condizioni in cui vivono gli immigrati.

Don Antonio: certo non è un bell’esempio quello che stiamo dando. Gente tenuta lì a fare niente, non è solo antieconomico, ma incoraggia l’idea di una forma di assistenzialismo. Davvero è necessario un anno per il riconoscimento dello status di rifugiato? Poi magari vengono espulsi. Si crea confusione in loro stessi, sarà difficile poi ricostruire una forma di integrazione. Ben venga che gli si creino degli impegni, rendersi utili alla comunità inserendoli in qualche attività.

Gianni: si impone anche una crescita culturale. Vediamo la condizione femminile: segnata da un diritto di proprietà dell’uomo sulla donna. La Bibbia parla di maschio e femmina con pari dignità. Come giudica l’apertura del papa sul diaconato? Recuperare alla Chiesa l’intelligenza delle donne. Certo si tratta di un lungo percorso…

Don Antonio: ma la Chiesa Cattolica è maschilista. Nasce dalla narrazione che i 12 apostoli erano maschi, ma Gesù era circondato da donne. Chiedo scusa alla categoria a cui appartengo ma sotto la Croce c’erano donne, tranne Govanni. La Resurrezione ha avuto come testimoni le pie donne. Se si comincia a concedere il diaconato si è sulla giusta strada verso i 3 gradi del sacedozio: diaconato, presbiterato, episcopato. Il Diaconato è il primo passo, ma fondamentale. Una rivoluzione.

Franco: in tutto questo domina l’economia. La ricchezza distribuita in modo ineguale. Non crede che l’economia dovrebbe essere governata da un governo unico?

don Antonio: E’ già così. Ma chi governa l’economia non lo fa nell’interesse dei cittadini. I governi devono rispondere al popolo non alle lobby. Pensate al controllo delle armi, che nessun governo riesce ad imporre. Gli americani stanno uccidendo i loro figli.

Ezio: il lavoro. La spinta è quella di lavorare di meno, ridurre gli orari, dare spazio alle nuove economie che riducono le opportunità di lavoro. Lo slogan è lavorare meno, lavorare tutti. Ma questo non vuol dire diminuire il reddito personale?

don Antonio: è sbagliato solo se il nostro concetto del vivere è governato dal denaro

Salvatore: il Papa invita i parroci a dare ospitalità ai migranti. Quale è la sua opinione?

don Antonio: i parroci possono fare ben poco ma avranno pur qualche spazio da cedere, dei parrocchiani volenterosi che si possono impegnare. Anche questo è integrazione.

Paolo: un’ultima domanda padre. Torniamo all’”aiutiamoli a casa loro”: a parte lo slogan, odioso in sè, a parte che chi lo propone lo fa non certo per scopi di solidarietà: tuttavia esistono delle organizzazioni attive proprio in territori in cui le situazioni di necessità sono maggiori. Ad esempio AMREF, di cui un gruppo di volontari opera proprio qui in Cascia Roccafranca, che è un’organizzazione africana con solo supporto esterno dall’Europa.

don Antonio: certo si tratta di iniziative lodevoli e utili, ma sempre molto confinate. Il problema lo possono risolvere solo i governi.

Certo. Sono i governi che devono governare. Grazie, don Antonio, buon ritorno alla sua opera.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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