“A volte si ha così tanta paura di morire, che ci si dimentica di vivere.”

(OMAR SY – Samuel, nel film “Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse”)

“fare le cose insieme, pensare insieme” il fondamento della fraternità nella lettera alla città di Mons. Nosiglia

Si intitola «Mio fratello abita qui» la Lettera alla Città che l’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia pubblica quest’anno in prossimità della festa patronale di san Giovanni Battista. L’arcivescovo ha voluto presentare la Lettera il 21 giugno in una sede «laica» come il Circolo della Stampa per sottolineare che si rivolge non solo ai credenti ma davvero a tutti i cittadini, perché la fraternità è «valore» che riguarda e coinvolge tutti.

Chi è mio fratello qui e oggi, a Torino? Che cosa significa per noi «fraternità»? Per i cristiani, ricorda l’arcivescovo, non basta il significato che alla parola ha dato la Rivoluzione francese, ponendo alla base della cosa pubblica la solidarietà fra «cittadini»: riconoscersi «fratelli» è molto di più, impegna nel profondo ogni uomo, e tutta la persona, non solo la sua dimensione «pubblica».

Non basta la solidarietà, come non bastano la «beneficenza» e l’assistenzialismo: Torino è a una svolta, ha la grande opportunità di costruire uno sviluppo diverso, un «benessere» non solo materiale che coinvolga realmente tutti i suoi cittadini (l’arcivescovo ricorda, nella lettera, che ormai gli immigrati da Paesi stranieri sono oltre 100 mila in città e nel territorio della diocesi).

È un cammino che si compie attraverso le istituzioni ma, soprattutto, con una presa di coscienza, e di corresponsabilità, da parte di tutti. Nella lettera si sottolinea che “è richiesto un «cambiamento di cuore», un «salto nella fraternità» per essere davvero – tutti, insieme – cittadini”.

La Lettera di mons. Nosiglia ricorre continuamente al magistero di papa Francesco che, nella visita del 21 e 22 giugno 2015, ha offerto a Torino una «riflessione» complessiva, appassionata e accurata, sul passato, il presente e il futuro della città.

Mons. Nosiglia ricorda anche come il tema della fraternità fu posto al centro della riflessione pastorale del card. Pellegrino, nella Lettera «Camminare insieme. Povertà, libertà, fraternità» del 1971: allora come oggi il vescovo di Torino sente di dover offrire una precisa parola di speranza alle persone di un territorio che vive un cambiamento profondo.

La lettera indica tre azioni: rincuorare la famiglia, incoraggiare i giovani, accompagnare i poveriGenteTorino

Ci sono tre grandi gruppi sociali su cui il cammino di fraternità ha maggiormente bisogno di incentrarsi, per realizzare in modo visibile la fraternità nella città.

La famiglia è il soggetto sociale più dimenticato pur essendo il più importante: c’è bisogno, chiede l’arcivescovo, di «fare luce» su di essa, con una maggiore attenzione politica e mediatica, perché attraverso la famiglia continua anche oggi a passare il centro dei contenuti educativi alle nuove generazioni. 

I giovani sono la nostra emergenza: Torino continua ad avere il maggior numero di disoccupati nella fascia d’età, e un numero sempre maggiore di ragazzi che non studiano né cercano lavoro. Una situazione inaccettabile, quando invece esiste la possibilità concreta di coinvolgere i giovani nel «governo» della città, attraverso forme di autentica partecipazione.

I poveri intesi nella loro accezione ampia, che vanno dalle famiglie e singoli che hanno perso il lavoro e/o magari sono sotto sfratto incolpevole, senza dimora, giovani in cerca di una occupazione, immigrati e rifugiati, anziani malati e disabili…: mons. Nosiglia segnala il rischio, sempre presente, di una città che ingloba territori molto diversi tra loro, territori che non sono circoscritti alle classiche periferie geografiche ma che attraversano gli ambienti e le condizioni di vita delle persone e famiglie che pure vivono accanto nello stesso quartiere e circoscrizione. Pensare a una città omogenea non è mai stato possibile e nemmeno è auspicabile purché le differenze non si tramutino in indifferenza o peggio estraneità e rifiuto. È dunque necessario reagire e trovare vie di convergenza non solo sul piano delle infrastrutture o di eventi cittadini promossi al centro, ma impegnandosi insieme sulla via della formazione etica e civica di ciascuno con l’apporto corresponsabile di tutte le componenti religiose, sociali, politiche, economiche e culturali di cui è ricca la città.

A questo «serve» la fraternità, cementare insieme questa unità non solo di intenti, ma di realizzazioni concrete e necessarie di cui tutti e ciascuno si assumono la responsabilità. Allora la risposta torinese alla domanda di Dio «dov’è tuo fratello?» sarà sicuramente diversa da quella che diede Caino («Sono forse io il custode di mio fratello Abele?»).

 

franco

direttore@vicini.to.it

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