“A volte si ha così tanta paura di morire, che ci si dimentica di vivere.”

(OMAR SY – Samuel, nel film “Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse”)

Una moda imperante: decontestualizzare le dichiarazioni

Oggi due quotidiani (il Fatto e Lo Spiffero) riportano dichiarazioni dell’Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia sulle Olimpiadi come “panem et circenses“.

Come al solito la lettura politica prevale su quella del contenuto. Interessante anche il fatto che quelle dichiarazioni risalgono già al 24 giugno nell’Omelia di San Giovanni nel capitolo LAVORO (…) “Il lavoro, visto non solo come necessario all’economia, ma anzitutto per la persona umana, per la sua dignità, per il sentirsi appartenente a pieno titolo a una comunità e per l’inclusione sociale delle fasce più deboli e poco protette. È qui che emerge in particolare la drammatica condizione giovanile.(…) Di fronte a questi problemi, possiamo accontentarci di offrire a buon mercato ai giovani “panem et circenses” – come dicevano gli antichi romani, riferendosi al popolino povero che affollava il Circo e si accontentava di cibo e divertimento? (…)

Ecco il testo dell’omelia per chi non vuole fermarsi ai commenti dei giornali

(Torino, Cattedrale, 24 giugno 2016)

Cari amici, nel nostro tempo proviamo giorno per giorno la sensazione che il mondo che abbiamo costruito con sacrificio e impegno, puntando sui beni materiali e sull’esaltazione del proprio io a scapito di tutti e di tutto, stia crollando e subentri la stanchezza e lo scoraggiamento, perché ciò che possiamo fare ci sembra così poco rispetto all’entità di problemi che si devono affrontare, come quelli del lavoro, della casa, della formazione e dell’accoglienza. Eppure, malgrado questa sensazione, sappiamo che la realtà non è questa, non è solo questa.

Tutti, credenti e non credenti, abbiamo in noi indomiti e persistenti i segni della speranza, del rinnovamento, della possibilità di una vita diversa. La figura e l’esperienza di san Giovanni Battista, patrono di questa città di Torino, ci ricorda che la speranza del mondo è con noi da venti secoli, ha trasformato e continua a trasformare la nostra storia non con qualche intervento magico, ma facendosi presente, con la grazia di Dio, nella vita e nell’impegno di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. San Giovanni Battista non nasconde nessuna delle “magagne” del suo tempo; anzi, la sua scelta di vita radicale lo libera da ogni condizionamento che viene dalla ricchezza, dal potere, persi-no dalla cura materiale del corpo.

Ma il segreto della forza di san Giovanni è che le sue risorse non vengono da lui stesso. San Giovanni non fa conto sul denaro, sulle buone relazioni; soprattutto, non pensa di essere autosufficiente, di bastare a se stesso: tutte opzioni e scelte che rappresentano, anche oggi, la radice della disperazione o dell’indifferenza. Alla base sta l’orgoglio, che alimenta la tentazione di poter compiere qualunque impresa con le sole nostre forze di individui, escludendo sia Dio sia gli altri.

Vestito di pelli, mangia miele e locuste

Giovanni ci viene presentato come “voce di uno che grida nel deserto” (Matteo 3,3). La parola è il suo orizzonte e il suo strumento. Giovanni non si preoccupa del proprio look, sa di non aver bisogno di piacere a chi lo ascolta. Soprattutto, è consapevole che il look rischia di essere l’armatura di chi si sente debole e deve difendersi con la corazza di uno stile – un modo di vestire, un certo telefonino, l’appartenenza a quel “giro”… Il messaggio di san Giovanni è per tutti, senza equivoci: ciò che viene detto agli umili che lo cercano al Giordano vale anche per i potenti di Gerusalemme, e viceversa.

Eppure, san Giovanni non è un tribuno senza misericordia, un fustigatore di costumi che vuole cancellare la gioia; sa che il suo compito è di predicare una povertà che è il presupposto essenziale, il primo passo verso la libertà vera. Una povertà di costumi e stili di vita, una povertà di spirito: quella di chi non si crede autosufficiente, né padrone del mondo, ma debitore verso tanti altri, oltre che a Dio, di quello che è e che fa. La verità che è in noi – ciò che la Bibbia chiama «il cuore» – non dipende da oggetti e ricchezza, da posizioni e poteri ma piuttosto da quanto siamo capaci di riconoscere l’amore di Dio e di “replicarlo” nel servizio ai fratelli; è per metterci in questo atteggiamento – come cristiani e come cittadini – che abbiamo bisogno di recuperare l’essenziale del bene comune, tanto nella vita pubblica come in quella privata.

Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto.Così san Giovanni rispondeva a chi gli chiedeva: «Che cosa dobbiamo fare per convertici e ac-cogliere il Signore?». Proprio perché povero, san Giovanni Battista sa che cosa significa soffrire per una vita di stenti o comunque faticosa e carente persino di beni essenziali.

Accogliendo queste sue parole, ritengo necessario invitare me stesso per primo, i miei sacerdoti, diaconi, religiose e religiosi e i fedeli tutti, ma anche le persone di buona volontà – in particolare tanti che possono contare su un reddito più che sufficiente – a compiere un gesto concreto di solidarietà effettiva che diverse famiglie e singoli cittadini stanno già attuando nella nostra città. Mi riferisco a coloro che hanno deciso di destinare una percentuale anche modesta, ma costante, del proprio reddito mensile a favore di famiglie o persone povere. So che molte parrocchie stanno cercando di dare una dimensione comunitaria a tale impegno. Non è una cosa nuova nella vita della Chiesa.

Ricordiamo infatti quanto ci raccontano gli Atti degli Apostoli riguardo alla prima comunità cristiana di Gerusalemme: «quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno» (Atti degli Apostoli 4,34-35). Cosa che anche l’apostolo Paolo esorta a fare ai suoi cristiani di Corinto, a favore dei poveri: «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (Seconda lettera ai Corinzi 9,7). Il sacrificio e l’impegno di donare ai poveri rappresenta l’investimento più prezioso che nessun ladro o crisi finanziaria potrà mai sciupare e produce un profitto altissimo per se stessi e per gli altri.

Il cammino dell’Agorà

Negli ultimi anni la Chiesa torinese, insieme a tante realtà e forze religiose e laiche, ha cercato di costruire un cammino, impegnativo e approfondito, che coinvolga tutta la città in una concorde azione comune per affrontare la crisi e offrire risposte concrete a coloro che sono più in difficoltà. Il progetto si chiama “Agorà”, perché è sulla piazza che si confrontano le libere opinioni; una piazza cui tutti i cittadini hanno accesso, poiché è essa stessa bene comune, patrimonio condiviso.

Il lavoro dell’Agorà sta ora continuando lungo una scelta che abbiamo attuato quest’anno pastorale: la moltiplicazione delle “agorà” sul territorio, coinvolgendo direttamente i giovani. In que-ste serate, adulti e giovani, gente comune e professionisti e responsabili istituzionali hanno imparato ad ascoltarsi.

Sembra cosa ovvia ma non è così: l’ascolto, il dialogo vivo che parte dall’esperienza diretta e dal coinvolgimento personale è ogni volta qualcosa di nuovo; il dialogo è un invito continuo a “cambiare”, perché dall’incontro con ogni persona ciascuno di noi esce arricchito.

L’obiettivo indispensabile, che sta emergendo dalla base, è la voglia di fare comunità e di affrontare insieme i problemi: “fare Agorà”, dunque, non solo come evento a sé stante, ma come via ordinaria della vita civile ed ecclesiale dei territori. Occorre dare forma organica a un progetto di rilancio che non può riguardare solamente il raggiungimento di obiettivi economici e di benessere materiale ma, per essere autentico e credibile, deve coinvolgere l’intera gamma della vita sociale delle persone e riferirsi in particolare a tre “pilastri” su cui costruire il futuro.

1) La priorità alla formazione delle persone, a cominciare dall’istruzione di base fino alle specializzazioni e alle eccellenze. È una prospettiva che riguarda le giovani generazioni (italiani e immigrati…), ma non solo: le vicissitudini del mercato del lavoro e la necessità di allungare i tempi della vita lavorativa obbligano l’intero sistema a ripensarsi in termini di “formazione continua”

2) Il lavoro, visto non solo come necessario all’economia, ma anzitutto per la persona umana, per la sua dignità, per il sentirsi appartenente a pieno titolo a una comunità e per l’inclusione sociale delle fasce più deboli e poco protette. È qui che emerge in particolare la drammatica condizione giovanile.

Quando constatiamo – con amarezza, con preoccupazione – che le giovani generazioni sono lontane dai valori che fondano il bene comune e la società, dovremmo ricordare che il futuro che es-si si vedono di fronte è fatto di incertezze. Studiano, ma viene loro detto che le scuole “normali” non basteranno per trovare un lavoro; cercano di lavorare, ma trovano in genere opportunità temporanee, nelle quali si chiede loro una grande flessibilità in cambio di una remunerazione che non basta a renderli indipendenti; pensano a una vita di famiglia, a una casa, ma capiscono bene che l’accesso a queste realtà è sempre più difficile, proprio perché il “mercato” pretende da una parte quelle garanzie economiche e di stabilità che si rifiuta di offrire dall’altra…

Di fronte a questi problemi, possiamo accontentarci di offrire a buon mercato ai giovani “panem et circenses” – come dicevano gli antichi romani, riferendosi al popolino povero che affollava il Circo e si accontentava di cibo e divertimento? E ancora: possiamo accettare il fatto che Torino abbia un tasso di disoccupazione giovanile molto elevato, che il numero di “neet” – giovani che né studiano più, né cercano un lavoro – sia altrettanto alto e un altro buon numero debba andare all’estero per trovare un’occupazione? Sono interrogativi che dovrebbero inquietare seriamente tanti adulti, garantiti da stipendi, carriere e prospettive di vita se non agiate, almeno più che sufficienti al fabbisogno personale e familiare.

3) Il “sociale” come risorsa. Qui si colloca la nostra libera scelta: accontentarci di inseguire un benessere materiale sempre più stentato e rassegnato, oppure optare per la speranza e la gioia che il nostro Patrono ci annuncia? È un punto decisivo. Una città “nuova” ha bisogno di tutelare e pro-muovere il contributo di ogni cittadino, ma anche di concepire una distribuzione delle risorse (economiche, culturali) più equa e più diffusa capillarmente: non solo in nome di un criterio di giustizia distributiva, ma perché le vere “pari opportunità” vengono da un contesto realmente attento a ogni persona, ai suoi bisogni come alle sue potenzialità.

Questo significa abbandonare una visione del sociale puramente assistenziale, fatta di aiuti a pioggia e di interventi di emergenza, come sono spesso i voucher o le borse lavoro (necessari in certe situazioni, ma alla lunga inefficaci), e di risorse che, non raramente, servono per la maggior parte a coprire le spese, pure legittime, del personale e delle strutture che li erogano. È necessario un nuovo welfare che tenda all’inclusione sociale delle persone, offrendo loro opportunità di riscatto, ma anche sostenendo la ricerca di lavori nuovi, magari pensati in squadra, secondo progetti condivisi, promossi e attuati insieme, così da ottimizzare costi e personale.

Di tutto questo tratto nella lettera alla città intitolata Mio fratello abita qui, che si rivolge non solo ai fedeli cattolici, ma ad ogni abitante della nostra città, perché non potremo mai realizzare il sogno della città fraterna e solidale fino a quando ogni cittadino non saprà assumere e pagare di per-sona il prezzo del farsi prossimo del vicino di casa o di chi incontra per strada; o sentire come pro-pri i problemi di chi non ha casa o lavoro; fino a quando si penserà che di queste cose si debbono occupare i servizi sociali e le realtà associative, laiche o religiose, e i loro operatori e volontari. E non importa se nel condominio o a scuola, sul lavoro o per strada ti trovi accanto Abdul o Giovanni, una famiglia o una persona, senegalese o afgana. È pur sempre un fratello o sorella che chiede di avere una vita dignitosa, qui nella nostra città. E impiegherà le sue risorse ed energie perché riman-ga tanto bella e accogliente da giustificare il suo viaggio.

Buona festa di san Giovanni!

+ Cesare Nosiglia, Arcivescovo

DICHIARAZIONE DELL’ARCIVESCOVO DI TORINO, MONS. CESARE NOSIGLIA,

AL TERMINE DELLA S. MESSA

PER LA FESTA PATRONALE DI S. GIOVANNI BATTISTA

(Torino, Cattedrale, 24 giugno 2016)

Al termine di questa solenne celebrazione del patrono della nostra città desidero rivolgere un vivo ringraziamento all’onorevole Piero Fassino e al già assessore ai servizi sociali, Elide Tisi, per la fruttuosa collaborazione che abbiamo realizzato in questi anni in diversi ambiti di comune lavoro per la Città e i suoi abitanti, per la promozione dell’Agorà sociale e infine per la recente ostensione della Sindone e la visita di Papa Francesco.

Rivolgo un cordiale saluto alla nuova Sindaca, la dottoressa Chiara Appendino, e ai suoi collaboratori e mi auguro che promuovano quel coinvolgimento responsabile di ogni cittadino e delle realtà sociali, culturali e religiose di cui è ricca la nostra Città, in modo da affrontare uniti le conseguenze di una crisi tuttora presente, che colpisce in particolare le fasce più esposte della popolazione.

La Chiesa di Torino e il suo vescovo continueranno – come hanno fatto in questi anni – a operare nella piena disponibilità e collaborazione con le istituzioni e le associazioni del privato sociale, in particolare nel campo dell’istruzione, della formazione, del lavoro e di un rinnovato welfare che promuova e accompagni l’inclusione sociale di ogni cittadino e di ogni famiglia e giovane in particolare, resi partecipi e responsabili del proprio futuro, ma anche del bene comune di tutti.

+Cesare Nosiglia, Arcivescovo

fonte:

http://www.lavocedeltempo.it/Chiesa2/Diocesi2/S.-Giovanni.-Mons.-Nosiglia-Ciascun-torinese-deve-dire-tocca-a-me

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