"C’è una strada che va dagli occhi al cuore senza passare dall’intelletto." (GK Chesterton)

Jujitsu Torino challenge. Brasilian jujitsu, una disciplina di lotta a terra

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Ore 9 30 domenica 4 marzo.

Entriamo nel Palaruffini, già affollato di ragazzi che si stanno riscaldando per l’inizio dei combattimenti. Vicino all’ingresso due addetti stanno distribuendo ai partecipanti una ciotola con un preparato di colore viola. Si tratta dell’acai (per noi neofiti: si legge asciai), come ci viene spiegato, un alimento energetico e antiossidante che viene distribuito agli atleti prima degli incontri. Questo gelato di colore viola è ottenuto da una bacca che nasce dalle palme della foresta pluviale amazzonica e viene poi insaporito ed integrato con cerali, uvetta e banane.

Ci vengono indicati gli organizzatori.

Incontriamo Ernesto Pè “Padre e Marito prima di tutto, Imprenditore di se stesso, Marzialista e Coach di BJJ e Self Defense” (recita Facebook). E Freddy Linhares Amiuna nella vita tecnico informatico ed Istruttore di Brasilian Jujitsu presso la palestra IFIT di Torino.

Dunque, la domanda: cos’è il Basilian jujitsu?

La storia delle origini del Jiu-jitsu Brasiliano sembra tratta da un romanzo: Mitsuyo Maeda, grande esperto di arti marziali tradizionali, ed in particolare di lotta a terra, viene inviato in Brasile come ambasciatore. Maeda si esibisce in alcuni spettacoli e Carlos Gracie, figlio di un suo partner commerciale, incomincia a praticare judo. A poco a poco Carlos passa la sua conoscenza ai suoi fratelli.

Helio Gracie è il minore ed il più gracile fra i fratelli. Studia le tecniche dei familiari e affina una disciplina che si focalizzava sul combattimento a terra, in opposizione al judo che enfatizzava le tecniche di proiezione. Un adattamento più morbido e pragmatico del judo, poiché egli era incapace di eseguire molti movimenti che richiedevano di opporsi alla forza dell’avversario direttamene.

La disciplina (che prenderà il nome di Gracie Brasilian Jujitsu) insegna come suo fondamento che una persona più piccola e debole può difendersi con successo da un assalitore più grande e più forte portando lo scontro al suolo dove utilizzerà appropriate tecniche come leve, chiavi articolari e strangolamenti.

Quella del 4 e 5 marzo scorsi è la X edizione di un challenge che Linhares ha voluto a Torino.

Delle due giornate, la pima era dedicata agli incontri GI (con kimono) e la seconda a quelli senza kimono. La differenza, spiega Ernesto Pè, sta nel fatto che senza kimono non sono praticabili le prese, e più difficili gli strangolamenti.

La prima giornata ha visto oltre 1000 partecipanti, la seconda 200, con incontri che si svolgono secondo le tradizionali categorie differenziate per età (5-10-15, poi a seguire), peso e cintura.

Inoltre era previsto un torneo Open riservato agli adulti con stessa classe di cintura.

Come è possibile che sia consentito un combattimento tra atleti di pesi diversi? Gli organizzatori sottolineano che questa formula è permessa dal loro specifico codice morale: è un preciso obbligo cedere quando non ci sono più le condizioni di lottare in sicurezza.

Rimane comunque dubbia la praticità dell’uso di queste discipline in un eventuale, sfortunato episodio di vita reale dove possono essere usate lame o armi da fuoco.  E, se si cade, non lo si fa su un “tatami”.

In conclusione: lo scontro dovrebbe essere l’ultima risorsa.

Enrico Miccoli

enricom@vicini.to.it

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