“Il cambiamento è il processo col quale il futuro invade le nostre vite.” (Alvin Toffler)

Quei “meravigliosi” anni ‘50.

Tutt’altro che natalizie le atmosfere di due film presenti nelle sale torinesi in questi giorni: Suburbicon di George Clooney e La ruota delle meraviglie di Woody Allen.

La storia della famigliola all’apparenza perfetta in cui viene pianificata una catena di omicidi spietati e l’aspirazione alla felicità di un’ex attrice malinconica e insoddisfatta hanno molti aspetti in comune, a partire dal suggestivo mood anni ‘50.

Inoltre, se dietro i sogni dell’America middle class del sobborgo di provincia si nascondono razzismo e violenza, sotto l’apparenza gioiosa della ruota del luna park di Coney Island albergano menzogne e insoddisfazione: in entrambi i casi gli individui lottano gli uni contro gli altri, senza esclusione di colpi, per il raggiungimento dei propri obiettivi. Le due storie sono in qualche modo interscambiabili: l’insoddisfazione di Ginny, che avrebbe voluto fare l’attrice nella vita, ha molto delle frustrazioni della sorella gemella nubile, protagonista di Suburbicon, moglie e madre mancata.

Ma Clooney e Allen, registi di talento oltre che ideologicamente liberal, riescono a dirci anche dire altro: innanzi tutto che la società americana postbellica non era molto diversa dal mondo occidentale in cui ci troviamo a vivere dopo la recessione economica del 2008-13, con nuove o aggravate condizioni di povertà e rabbia sociale. In più, la ruota del luna park che campeggia al centro di molte inquadrature del film di Allen è la metafora del culto dell’effimero e del consumo, nell’assenza di valori contemporanea.

Alla violenza, pur rappresentata nelle venature pulp e surreali tipiche dei fratelli Coen, degli amanti diabolici di Suburbicon fa da specchio la ferocia con cui i concittadini segregano i nuovi arrivati afroamericani. E il muro che viene eretto intorno all’abitazione della famiglia di colore non a caso rimanda all’America odierna di Trump, e alle più generali questioni poste nel presente dalla necessità dell’integrazione degli immigrati.

Mentre l’analisi di Clooney è più intenzionalmente politica, Woody Allen si conferma uno dei più sensibili testimoni della caduta morale del nostro tempo. La protagonista de La ruota delle meraviglie cinicamente lascia che avvenga un omicidio che potrebbe spianarle la strada per il raggiungimento della felicità.

E se Clooney fa intravedere una speranza attraverso il gioco solidale dei bambini, forse adulti migliori nel domani, il finale del film di Allen, in cui il marito – pur consapevole delle responsabilità della moglie nella sparizione della figlia – propone alla donna un riavvicinamento, nega ogni  redenzione possibile.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

 

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