“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

Terezin “Il ghetto modello di Eichmann”

La storia della deportazione rivela, attraverso la mostra di Renzo Carboni su Terezin, una nuova pagina di quell’ orrore infinito.
Innanzi tutto, cos’è stato Theresienstadt, all’interno dell “universo concentrazionario” nazista?

All’inizio del 1942 a questo luogo fortificato, composto da una cittadella e da undici caserme satelliti, venne assegnato il ruolo di “ghetto modello”, in cui internare soprattutto ebrei cechi e tedeschi al di sopra del 65 anni, molti dei quali avevano venduto le proprie case convinti di essere ospitati in una residenza dotata di assistenza infermieristica. Finirono con l’esservi condotte, poi, intere comunità, composte da persone di ogni età, tra cui anche un numero consistente di bambini.


A Terezin, fin quasi alla fine del 1944, vennero imprigionati anche molti artisti, musicisti e intellettuali, contribuendo ad incrementare la fama di “ghetto modello”. Allo stesso scopo i nazisti organizzarono due visite della Croce Rossa, a cui venne presentata una popolazione di reclusi sani, ben nutriti, ospitata in spazi ampi, puliti e ordinati. Un’autentica messinscena di facciata, a cui Kurt Gerron, un regista internato, fu costretto a dare ulteriore visibilità attraverso un documentario realizzato nel ghetto. Alla fine delle riprese troupe e registi vennero inviati ad Auschwitz, dove Gerron e la moglie trovarono la morte, e spezzoni del filmato furono usati dalla propaganda tedesca per documentare le buone condizioni dei prigionieri.
In reltà il ghetto “modello” di Terezin, funzionò come campo di transito, dal quale passarono almeno 88000 internati, convogliati successivamente presso i campi di Belzec, Sobibor, Treblinka e, soprattutto Auschwitz, per essere eliminati, e da cui riuscirono a salvarsi solo 3000 persone.
Cercare la verità a Terezin”, dichiara il fotografo Renzo Carboni, “significa innanzitutto superare la “museificazione della memoria”, che, con i suoi apparati didascalici, le ricostruzioni e gli allestimenti, accerchia e imprigiona lo sguardo dell’osservatore.
L’artista, con la mostra in oggetto, continua la propria ricerca, che è allo stesso tempo etica ed estetica, presentando una serie di immagini che vogliono cogliere l’essenza di quella realtà. Esaltando il dettaglio (della traversina, di un portone di legno), ossia “una parte”, tanto terribile quanto efficace, di quel “tutto” di angoscia e dolore solo evocato.

Infatti, se “Il nostro rapporto con la storia è un rapporto con immagini già predefinite e impresse nella nostra memoria, immagini che noi continuiamo a fissare mentre la verità è altrove” (W. G. Sebald, Austerlitz), l’artificio retorico della sineddoche consente a Carboni di creare composizioni raffinate e astratte, esaltate dall’uso sapiente delle luci – pazientemente ricercate nei luoghi o elaborate nell’accurata postproduzione – e sa creare uno stupore nuovo. Rifiutando la ridondanza dell’immagine a cui siamo assuefatti nel presente. Suggerendo uno sguardo diverso, in quel rigoroso bianco e nero analogico che, come direbbe De Andrè, “in direzione ostinata e contraria”, rappresenta la cifra stilistica dell’autore.

   TEREZIN
Il ghetto modello di Eichmann

MOSTRA FOTOGRAFICA DI RENZO CARBONI
BIBLIOTECA CIVICA NATALIA GINZBURG
Via Cesare Lombroso, 16
Dal 22 gennaio al 7 febbraio 2017
Orari: lunedì 15.00-19.45; martedì e mercoledì 14.00-19.45; da giovedì a sabato 8.15-14.00
L’autore è disponibile per visite guidate su appuntamento
INGRESSO LIBERO

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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