“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

‘Made in Italy e in Missouri’

 

Raccontare l’Italia, “tutta questa bellezza senza navigatore” – come recitava già “Buonanotte all’Italia”, una sua recente canzone – nell’attuale fase storica è l’obiettivo ambizioso di Luciano Ligabue con il suo ultimo film, ‘Made in Italy’, interpretato da Stefano Accorsi e Kasia Smutniak. Nella messa in scena della storia di Riko e Sara, coppia in una fase di stanca, e della loro cerchia di amici, si riflettono – in una continua successione di specchi – immagini un po’ stereotipe della fauna umana, della realtà socioeconomica della provincia e dell’Italia tutta. Alle prese con le incertezze tipiche del nostro presente: la fatica a trovare se stessi, la precarietà del lavoro, la coscienza di vivere in uno Stato in cui il livello di corruzione “è appena sopra la Bulgaria”.

Superata la crisi, il matrimonio e il viaggio che suggellano la ritrovata armonia dei protagonisti diventano la metafora di una riconciliazione con il nostro Paese, rivelata da inquadrature suggestive di alcuni dei borghi italiani più incantevoli. Anche se tali immagini riportano all’assunto iniziale: non c’è timoniere, nocchiero che governi la rotta del nostro bellissimo paese. Ci si arrabatta come si può, per sopravvivere. Trovando magari, come fa Riko, approdo in un lavoro nella ristorazione in Germania.

Nonostante le buone intenzioni e la ruvida schiettezza, il limite dell’autore sta nell’aver voluto mettere in fila temi e cliché del nostro tempo – la resa alle fatiche del quotidiano, le tensioni sociali, la sfiducia nel futuro – in un’analisi sociologica da bar. Oltre a citare se stesso, attraverso una colonna sonora composta anche da brani musicali tratti dal concept album omonimo, che suonano come autografo ridondante alla pellicola.

Del resto riuscire a dare forza corale a una vicenda personale, rappresentando la crisi dei valori di riferimento di una nazione e un popolo non è facile. Impresa riuscita, invece a “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, una pellicola ambientata negli Usa, ma diretta dal regista inglese Martin McDonagh: la denuncia da parte di una madre dell’incapacità delle forze dell’ordine di un paesino del Missouri a trovare l’assassino stupratore della figlia, si trasforma nella denuncia della condizione di un Paese che non riesce a superare razzismo, intolleranza e violenza, e a garantire una Giustizia davvero degna e credibile. Pluricandidato all’Oscar, il film si rivela uno spaccato autentico e incisivo dell’arretratezza culturale della provincia americana che ha votato Trump.

In questi giorni entrambi i film sono presenti nelle sale torinesi.

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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