“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

Dove vanno il mestiere di foodblogger e quello di influencer?

Il 22, 23 e 24 febbraio si è tenuta la terza edizione del festival del giornalismo alimentare a Torino presso il centro congressi “Torino Incontra” di Via Nino Costa.

Sono state tre giornate intense in cui si sono susseguite conferenze di esperti nel settore, seminari e laboratori interattivi. Tutto era incentrato sul vasto tema dell’alimentazione che è stato trattato sotto diversi aspetti.

La nostra redazione ha presenziato a una delle conferenze tenutasi venerdì pomeriggio e che aveva come oggetto di discussione i nuovi mestieri di “foodblogger” e di “influencer”.

Gli ospiti presenti sono stati:

Dopo aver presentato gli ospiti, Gigi Padovani, mediatore della conferenza, si è proposto di definire il termine  “influencer” citando a sua volta Mattia Feltri:  gli influencer sono persone che ce l’hanno fatta: nel mondo concretamente illusorio di Internet, hanno trovato il modo di raggranellare un credito e un reddito per la loro capacità di piacere sui social. Ovvero – precisa Padovani – hanno un seguito e un patrimonio di like così straripante da diventare spazi pubblicitari viventi.

Prima di dare la parola agli ospiti, Gigi Padovani ha voluto focalizzare l’attenzione su due questioni: la prima è che influencer e foodblogger, diversamente dai giornalisti, non sono tenuti ad attenersi all’obbligo di fare corretta informazione, invece la seconda riguarda la finalità promozionale che spesso si cela dietro le foto e i post degli influencer.

A questo scopo ha affermato che l’ Autorità Antitrust, ha inviato lettere di moral suasion ad alcuni dei principali influencer e alle società titolari dei marchi visualizzati senza l’indicazione evidente della possibile natura promozionale della comunicazione ricordando che la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile come tale, affinché l’intento commerciale di una comunicazione sia percepibile dal consumatore. L’Autorità ha pertanto individuato criteri generali di comportamento e ha chiesto di rendere chiaramente riconoscibile la finalità promozionale, ove sussistente, in relazione a tutti i contenuti diffusi mediante social media, attraverso l’inserimento di avvertenze, quali, a titolo esemplificativo e alternativo, #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising, #ins

Sulla base di queste considerazioni hanno poi preso la parola gli ospiti che, a turno, hanno espresso le loro opinioni sul tema.

Pamela Panebianco ha sostentuto che il nuovo mestiere di influencer è una conseguenza della crisi che ha investito il mondo del giornalismo negli ultimi anni, questa ha infatti diviso gli aspiranti giornalisti in una prima categoria che ha scelto di specializzarsi in altri ambiti e in una seconda categoria che ha pensato bene di dare il proprio corpo alla scienza per diventare influencer. Esistono infatti vari tipi di influencer – prosegue- generalisti e verticali. I primi in particolare parlano di tutto attraverso i social e sono cross mediali (hanno cioè un blog e le diverse tipologie di social), si parla quindi di una pluri-disciplinarietà del proprio ruolo che però si sono costruiti da soli. L’influencer infatti non è di per sé un mestiere, bensì una persona che raccoglie intorno a sé una nicchia di persone che pernsano che il suo giudizio sia influente.

Come si diventa influencer? chiede quindi Padovani.

All’inizio lo si fa per puro divertimento, poi quando si raggiunge una soglia critica tale che qualcuno capisce che si è potenzialmente “sfruttabili” allora si diventa il mezzo di qualcuno altro, ovvero dei brand che producono beni.

Interviene poi Anna Maria Pellegrino che porta testimonianza dell’obiettivo di formazione che si è posta la sua associazione.  Evidenzia come l’idea di un blog sia di fatto un ossimoro, perché è un diario ma allo stesso tempo è aperto al web. Fino a dieci anni fa la comunicazione era legata alla famiglia, tuttavia da quando sono nati i social i contenuti vengono trasformati in base a quello che può dare notorietà.

A titolo esemplificativo A.M.Pellegrino ha citato l’esempio dell’Avocado. Il frutto sarebbe diventato un alimento di tendenza da quando è stato lanciato l’hastag #AvocadoToast: si è infatti registrato un aumento della domanda di avocado in Europa dal 60 a 91 mila tonnellate in pochissimi anni e solo in Italia si valuta un incremento del 28% di questo tipo di richiesta. Tuttavia la produzione che richiede notevoli quantità di acqua e  il trasporto, a causa del lunghissimo viaggio, impattano significativamente sull’ambiente. La semplice foto di un piatto con un avocado sarebbe quindi casua di disboscamenti e perdità di biodiversità.

Di contro – conclude – la nostra associazione, perseguendo l’obiettivo di formazione, si propone di fare il verso a questa tendenza attraverso l’#AsparagoToast, con il quale vogliamo dare un tipo di comunicazione diversa: raccontare la storia del prodotto locale, il territorio, la geografia, il produttore, lo chef che lavora quel prodotto.

La parole viene poi data a Luciano Pignataro secondo il quale  la comunicazione è sempre più superficiale e meno approfondita con dei servizi sempre meno utili a clienti e lettori. Il consumatore infatti riceve tante notizie grazie a questi nuovi “mestieri”, ma ad esempio nel caso di un critico gastronomico non esiste una garanzia  che l’oggetto della critica sia separato dall’soggetto della critica, ed è diverso recensire un ristorante dopo aver semplicemente gustato i piatti dal recensire un ristorante in cui si ha avuto anche la possibilità di discutere con lo chef e il personale.

Intervine per ultimo Valerio Massimo Visintin che si presenta al pubblico coperto da passamontagna, con un cappello e occhiali scuri per rimanere in incognito ed evitare di farsi riconoscere quando recensisce locali e ristoranti. Egli sottolinea l’importanza della responsabilità che si deve assumere chi fa comunicazione, in quanto qualunque parola scritta e letta avrà un suo peso. Tuttavia non esiste un codice deontologico per questi mestieri, bisogna quindi armare l’incosapevolezza e definire delle norme anche per qesti nuovi mestieri.

Zoè Miglietta

zoem@vicini.to.it

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