“Il cambiamento è il processo col quale il futuro invade le nostre vite.” (Alvin Toffler)

Petit Paysan – Un eroe singolare

“Un solenne spaccato di vita rurale che gioca intrigantemente con le convenzioni del thriller americano”.  La rivista americana VARIETY così ha definito Petit Paysan – Un eroe singolare, uscito il 22 marzo ad inaugurare a Torino il prossimo Festival CinemAmbiente, con  il patrocinio di Slow Food.

Premi César al miglior esordio, miglior attore protagonista, migliore attrice non protagonista, Petit Paysan è il film di Hubert Charuel, giovane regista che ha lavorato nell’ azienda agricolo-casearia di famiglia prima di dedicarsi al cinema. Ma il dramma rurale che narra il legame tra un giovane allevatore  e le sue mucche da latte, a rischio di contrarre una febbre emorragica che sta colpendo le mandrie in Francia, in realtà  si offre ad una lettura controversa.

Il protagonista, Pierre, l’intenso Swann Arlaud, vive una vera e propria ossessione: egli esiste in funzione dei suoi animali, la sua giornata è scandita dai ritmi della mungitura, dell’accudimento costante delle bestie, le quali sono l’unico centro d’interesse nella relazione con la madre  e con la sorella che, in qualità di veterinaria, si occupa dei controlli sanitari.

La scoperta del contagio avvenuto, precipita il protagonista in una spirale di sgomento e rovina morale, prima che economica.

Petit Paysan non è un affresco sentimentale del mondo agreste, né un film in lode della zootecnia con metodo biologico: nonostante sia una fonte di ricchezza per l’economia francese, la realtà dell’allevamento 2.0, tra robot di mungitura, dispositivi elettronici e app che segnalano la presenza di virus o febbri tra i bovini, mostra gli individui più isolati e fragili che nel passato, quando  le comunità agricole erano diffuse e allargate. Anche la risorsa costituita dall’onnipresente youtube, è illusoria, in quanto maschera la solitudine vera dei singoli allevatori nelle proprie difficoltà e disperazioni.

Premonitore il sogno ad inizio film, in cui le vacche invadono le stanze della casa di Pierre, che si fa largo a fatica tra loro: la sequenza  comunica un senso d’angoscia nei confronti di un mestiere che è arduo praticare   nel nostro tempo, per i  sacrifici che impone e a fronte del rischio terribile di perdere tutto. Reso quasi paranoico da questa prospettiva, anziché “simbolo di resistenza di un mondo rurale portatore di valori fondamentali”, come è stato presentato in Francia, il protagonista si rivela disposto a uccidere con freddezza le sue mucche mano a mano che risultano infette e a tacere con tutti del contagio, a rubare un capo di bestiame all’amico, a mettere nei guai la sorella che  deve subire le sue scelte insane.

Difficile parlare quindi di “zootecnia etica”, attenta alla salute e ai  bisogni degli animali: l’eccesso di cura per il vitellino rappresenta l’ultimo delirio di Pierre, che si illude di salvarlo e – nel contempo – di salvare se stesso.

Il dibattito sul tema, comunque, è aperto, dato che in questi giorni il film è presente in alcune sale torinesi, in attesa del prossimo Festival CinemAmbiente, che si svolgerà nella nostra città dal 31 maggio  al  5 giugno.


Anna Scotton

annas@vicini.to.it

 

 

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