“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

Racconti del ’68: intervista a Franca

Vicini ha raccolto quatto storie personali del periodo del ’68 che raccontano quel periodo con una visione d’insieme che potete leggere nell’articolo di sintesi: questa è l’intervista a Franca Guiot, redattrice di Vicini ed ex educatrice di asilo nido.

Quanti anni aveva e cosa faceva nel ’68?

Avevo vent’anni e il ‘68 ha coinciso con il mio ingresso all’università, io venivo da un piccolo paese di provincia, da un Liceo Classico dove ho sempre studiato tanto per poter usufruire della borsa di studio. Arrivando a Torino mi sono trovata le porte di Palazzo Campana chiuse,  l’università era occupata. Sono stata molto disorientata da questo, era già difficile arrivare in una grande città come Torino, senza compagni di scuola, per di più mi piaceva studiare e ne avevo bisogno per mantenere le borse di studio; quindi veniva messo in crisi tutto ed in particolare lettere classiche, ciò che studiavo, perché venivano viste come dei vecchiumi.

Quindi sei Lei descrive come un trauma quello che le è capitato nel ’68 vuol dire che prima di arrivare a Torino non aveva idea di cosa stesse accadendo?

 No, in fatti a casa mia non c’era la televisione e la radio non interessava molto alla mia famiglia, mio padre leggeva solo giornali locali; io, per parte mia, non mi occupano di politica perché dedicavo la maggior parte del tempo agli studi.

E dopo l’esperienza di Torino non ha cercato di informarsi di più?

No, perché questo mi ha causato solo una crisi. Quando poi sono ritornata a Torino dopo qualche mese, grazie ad alcune persone, ho capito quello che stava succedendo e ho ripreso gli studi. Nella mia esperienza all’università non ho vissuto tutto quell’autoritarismo di cui si parla, i miei professori erano tutti molto aperti e non penso che il ’68 sia stato toccato in maniera significativa.

Ci potrebbe spiegare cosa ha rappresentato il ’68 per lei?

 Io sono rimasta colpita da tutto quello che c’era intorno e dalle persone che invocavano sentimenti rivoluzionari. Questi però erano sempre in positivo, non li ho mai visti come “contro” ma piuttosto come un’apertura mentale di valori popolari, dei sentimenti e questo non andava contro quello che pensavo io.

Il ’68 non è stato una rottura a livello personale, ma piuttosto livello culturale, sociale e politico; non mi ha dato alcuna possibilità nuova: il diritto allo studio, ciò che mi interessava, esisteva già prima. A me non fa fatto realizzare delle conquiste, poi ho capito le conquiste a livello generale.

Potrebbe evidenziare le principali differenze che nota tra i giovani del 1968 e i giovani del 2018?

Non condivido molte cose del ’68, c’era tanta ingenuità ma i giovani avevano molti più ideali di quanti non ne abbiano i giovani di oggi. La nostra generazione era meno disorientata.

Zoè Miglietta

zoem@vicini.to.it

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