“A volte si ha così tanta paura di morire, che ci si dimentica di vivere.”

(OMAR SY – Samuel, nel film “Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse”)

Racconti del ’68: intervista Angelo

Vicini ha raccolto quatto storie personali del periodo del ’68 che raccontano quel periodo con una visione d’insieme che potete leggere nell’articolo di sintesi: questa è l’intervista ad Angelo Tacconi, redattore di Vicini ed ex operatore nel settore aereospazio.

Quando è iniziato il movimento del ’68 studiava o lavorava?
Prima avevo iniziato architettura poi ho lasciato perdere perché non vedevo l’ora di iniziare a lavorare però già in quegli anni trovare un impiego ufficiale in un’azienda era difficile. Ho iniziato a lavorare un po’ per conto mio presso un architetto che aveva uno studio, poi ho iniziato a lavorare come assunto in un’azienda.

Cosa è cambiato nella tua situazione lavorativa dopo il ’68?
E’ cambiato l’atteggiamento da parte delle persone: iniziavano a chiedere un rapporto diverso all’interno dell’azienda, si cercava di avere un dialogo diverso con i responsabili al di sopra di te. Quelli che erano diversi anni che lavoravano all’interno dell’azienda, da prima del ’68, dissero che le dinamiche erano radicalmente cambiate. Ho avuto la fortuna di avere responsabili poco più anziani di me per cui c’era un rapporto molto più diretto e amichevole.

In che modo i lavoratori cercavano di far valere i propri diritti all’interno delle fabbriche?
Si partecipava alle manifestazioni e agli scioperi per esempio per ottenere una parte flessibile dell’orario di lavoro. Poteva capitare di arrivare al mattino in azienda e il sindacato aveva indetto un’assemblea per determinati motivi; magari poi l’assemblea decideva di indire uno sciopero perché l’ azienda non aveva accettato le rivendicazioni avanzate dai lavoratori.

Lei ha preso attivamente parte al movimento dei lavoratori?
Io partecipavo a tutte le manifestazioni nella mia azienda e fuori. Una volta ho partecipato ad un blocco tra il turno delle 12:30 e le 14 per impedire l’ingresso di quelli che rientravano nella fabbrica dove lavoravo; alla fine è intervenuta la polizia senza riuscire ad impedire questo blocco perciò hanno fatto delle foto e processato i partecipanti allo sciopero che vi si vedevano ( io sono riuscito ad andarmene via prima ) ma poi il processo si è concluso con nulla di fatto. Tutto sommato nella nostra azienda erano abbastanza aperti al dialogo i dirigenti e le nostre richieste venivano ascoltate a differenza di altre fabbriche come la FIAT.

Eravate informati di ciò che avveniva anche nel resto del mondo?
Si, leggevamo molto i giornali e poi iniziavano a diffondersi le televisioni. Vedendo ciò che accadeva negli altri paesi ci accorgevamo che avevano ragione e ci sentivamo in diritto anche noi di protestare.

Qual’è stato il primo fatto che le ha fatto intuire che stava cambiando qualcosa?
Fatti particolari non ce ne sono stati, ma essendo una grande città c’erano in continuazioni manifestazioni sull’onda di quello che succedeva il Francia e nel resto del mondo, era inarrestabile, le persone capivano che era un momento chiave e tutto lo rispecchiava come anche la musica. E’ cambiato davvero tutto dal ’68; ad esempio Torino prima alla sera era deserta perché era una città prettamente industriale, dal ’68 i ragazzi hanno iniziato a trovare anche qualcos’altro da fare rispetto all’andare al cinema.

Che cosa ha rappresentato dunque il ’68 secondo lei?
Il ’68 è stato uno sparti acqua: è iniziata una nuova epoca e noi usufruiamo ancora adesso delle rivendicazioni di questi anni, spesso senza accorgercene. Per esempio sono cambiati i rapporti all’interno della famiglia perché cambiò l’atteggiamento in generale verso ogni autorità è dunque anche verso quella dei genitori che si sono anch’essi dovuti adeguare. Una delle cose più eclatanti fu il cambiamento del rapporto tra sessi, le donne si sono emancipate e gli uomini l’hanno accettato: immagini di donne che andavano in giro a seno nudo durante concerti negli Stati Uniti qualche anno prima sarebbero state una cosa impensabile. Le donne e i giovani sono stati quelli spinti da un maggior desiderio di liberarsi da questo senso di oppressione che avevano e ci sono riusciti: hanno sollevato la cappa che li schiacciava e hanno scoperto la libertà.

Chiara Lionello

chiaral@vicini.to.it

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