“Il cambiamento è il processo col quale il futuro invade le nostre vite.” (Alvin Toffler)

Il bambino blu che non voleva chiedere a Google

blue, hands,

Nel Paese del Poi un bambino blu cercava di capire una cosa .

Era un orfano e la sua pelle blu era così dalla nascita . I suoi genitori avevano scelto quel colore perché era una brutta epoca e tutti gli altri colori della pelle erano guardati con sospetto: il blu non aveva ancora qualcosa di negativo .

Ora aveva 10 anni e in tutta la sua vita non aveva ancora incontrato un altro bambino con la pelle blu . Questo lo aveva fatto vivere finora con la sensazione di essere ancora più solo di quanto non lo fosse sentirsi orfano .

Aveva visto morire entrambi i genitori e oltre alla loro mancanza non aveva visto nascere la sorellina che loro gli avevano promesso. La cosa per cui non si era mai dato pace era non aver mai saputo dove fossero ora i suoi genitori . Una casa per bambini orfani, che in un tempo lontano veniva chiamata orfanotrofio, era stata la sua abitazione fino al giorno prima .

Quel giorno per lui era un nuovo giorno ed era scappato da quella casa . Non che non si trovasse bene, ma quando faceva la domanda che più gli premeva, cioè “dove sono ora i miei genitori?”, nessuno sapeva rispondergli se non “sono morti, che differenza fa?”. Eppure ogni notte faceva un sogno sempre uguale e sempre diverso: sua madre e suo padre gli parlavano con affetto e quando chiedeva loro dove fossero il sogno si interrompeva bruscamente e lui si svegliava di soprassalto . Era giunto il momento di chiedere a qualcuno fuori da quella casa .

Il mondo esterno era un grande deserto e lui aveva preso una strada: l’unica che aveva trovato.

Su quella strada aveva incontrato un giovane dalla pelle rossa e a lui aveva provato a chiedere la cosa che gli stava più a cuore . Il giovane aveva corrugato la fronte e gli aveva consigliato di chiedere a Google, anzi con la sua tavoletta digitale lo aveva fatto per lui . Ma Google non riusciva a localizzare i suoi genitori: erano fuori dalla grande rete di connessione che Google controllava.

Sulla stessa strada aveva incontrato una giovane mamma col suo bambino dentro una carrozzina: una mamma dalla pelle nera come il mogano e nella carrozzina un neonato nero come lei . Anche quella mamma gli aveva detto di chiedere a Google, ma lui gli aveva risposto che Google non lo sapeva. La giovane donna aveva sgranato gli occhi per lo stupore dicendogli che non era possibile . Poi si era allontanata da lui velocemente, quasi fosse un bambino strano: uno con una strana malattia dal quale stare alla larga.

In lontananza vide arrivare un uomo . Quando furono vicini per parlarsi il bambino blu gli chiese la stessa cosa . L’uomo dalla pelle bianca estrasse la sua tavoletta digitale e chiese a Google, ma Google gli diede mille risposte eccetto quella che lui aveva chiesto . L’uomo aveva molta fretta e lo salutò andando nella direzione opposta a quella del bambino blu .

Proseguendo sulla strada il bambino blu incontrò una casetta fatta di mattoni che però non aveva il tetto .

Stupito bussò alla porta e venne ad aprirli un anziano signore dai capelli tutti bianchi . L’anziano signore gli fece un grande sorriso e chiese:” Qual è il tuo nome?“. “Il mio nome è Augusto”, rispose il bambino blu . “Cosa ti porta qui Augusto?” “Volevo farle una domanda, ma prima gliene faccio un’altra: perché la sua casa non ha il tetto? È forse perché qui non serve un tetto perché non piove mai?No – rispose l’anziano signore – non ho il tetto perché di notte mi piace guardare le stelle dal mio letto . Vuoi entrare?” “Sì, solo se lei mi permette di farle la seconda domanda” . “Allora accomodati e falla” .

Nella piccola stanza c’erano un tavolino di legno e due sedie . Si sedettero l’uno di fronte all’altro e Augusto ripeté la sua domanda aspettandosi la solita risposta .

Ma L’anziano signore non diceva nulla, quindi Augusto si stupì molto e disse: “tutti mi hanno chiesto di chiedere a Google, ma io non voglio chiedere a Google perché Google non sa rispondere alla mia domanda . L’anziano signore lo guardava con i suoi grandi occhi blu, gli sorrideva e lavorava un mucchio di creta molle e marrone che era proprio al centro di quel piccolo tavolino di legno .

Augusto aspettava paziente che lui gli rispondesse poi chiese: “posso anch’io impastare questa creta?” “Certo – gli rispose l’anziano signore – dobbiamo fare una palla tonda come la Terra” . Si misero insieme a lavorare la creta fino a ottenere una palla tonda e liscia .

Con le mani sporche si guardarono per lunghi attimi poi l’anziano signore disse: “sai da dove arrivi ?” “Certo, dalla casa dei bambini orfani”. “E sai da dove arrivano i tuoi genitori?” . “Certo arrivano da un paese chiamato Eurasia” . “E sai da dove arrivano i tuoi nonni? . “Certo, da un paese chiamato Canasia” . “E sai da dove arrivano i tuoi bisnonni?” “ Certo, da un paese chiamato Mexican” . “E vuoi sapere dove sono i tuoi genitori ora?” . “Si, da quando sono morti non l’ho mai saputo e nessuno sembra saperlo” . “Perché vuoi saperlo?” “Perché mi parlano tutte le notti in sogno” . “Allora è dentro di te che devi guardare, nel tuo cuore” . “Ma Google dice che il mio cuore è un muscolo e dentro c’è solo sangue” . “Vuoi fermarti qui questa notte? Guarderemo le stelle assieme” “ Mi piacerebbe, non ho mai visto le stelle di notte” . “Allora sei il benvenuto”.

Quella notte, distesi entrambi su un lettino bianco, guardarono le stelle insieme . Le stelle brillavano come punti infuocati in un cielo nero e terso: nessuno dei due disse una parola . Augusto non sapeva cosa domandare. L’anziano signore non aveva nulla da dirgli . Augusto si addormentò e al suo risveglio trovò l’anziano signore seduto al tavolino che faceva incisioni alla palla di creta.

Di nuovo Augusto si sedette di fronte a lui e chiese perché gli aveva fatto vedere le stelle. “ Le stelle parlano al cuore” – rispose l’altro – cosa ti hanno detto?” “Non mi hanno detto nulla” rispose Augusto. “Ma tu hai chiesto loro qualcosa?. “No, le ho solo guardate come tu mi avevi detto”. “Allora stanotte devi chiedere”. Augusto fece di sì con la testa e quella notte chiese alle stelle: “Dove sono i miei genitori?”.

Lo chiese senza parlare ed al mattino trovò di nuovo davanti al tavolino il vecchio signore che aveva colorato la palla di creta coi colori dell’arcobaleno”. Di nuovo l’anziano signore gli chiese: “Cosa ti hanno risposto le stelle?” “Non hanno parlato, ma i miei genitori hanno risposto alla mia domanda in sogno”. “Vuoi dirmi cosa hanno detto?”, chiese l’anziano signore”. “Mi hanno detto che sono nel mio cuore e lo saranno per sempre”.

L’anziano signore prese la palla e la porse ad Augusto che si stupì moltissimo non credendosi capace di reggere il peso di una palla simile, ma appena fu nelle sue mani la senti leggerissima come fosse un palloncino.

L’anziano signore si alzò e si diresse verso la porta della casa aprendola. “Ora puoi andare, se vuoi. E vieni a trovarmi se lo desideri”.

Augusto uscì dalla casa senza tetto e , giratosi, vide l’uscio chiudersi dietro di lui.

Era felice e osservò una cosa che  al suo arrivo non aveva notato: la porta era di un bel blu intenso.

Riprese la strada e si allontanò con la sua palla dell’arcobaleno appoggiata sul cuore.

franco

direttore@vicini.to.it

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 10.0/10 (1 vote cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +2 (from 2 votes)
Il bambino blu che non voleva chiedere a Google, 10.0 out of 10 based on 1 rating

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


*