“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

LAZZARO FELICE

Non abbiate paura della bontà e neanche della tenerezza.
(Papa Francesco)

Alice Rohrwacher non teme di esibire la bontà: che nel nostro tempo risulta essere anacronistica, forse ridicola, o “bislacca”, per usare l’aggettivo con cui la regista definisce  il suo film Lazzaro felice. Dentro il quale, se si pretende di seguire rapporti logici, temporali e di causa ed effetto, senz’altro ci si perde. Invece occorre lasciarsi andare a questa fiaba o parabola, ispirata a una vicenda di cronaca degli anni ’90 del secolo scorso in cui una nobildonna, la Marchesa Alfonsina De Luna, nonostante la mezzadria fosse stata abolita, approfittando dell’isolamento delle sue proprietà, teneva i coloni allo stato di servi della gleba, sostenendo: “Gli esseri umani sono come bestie. Liberarli vuol dire renderli consci della propria condizione di schiavitù”.

Lazzaro è un giovane senza famiglia, che vive in quella collettività di cui è sostegno benefico e disinteressato. Con l’arrivo di Tancredi,  figlio della marchesa, il quale nell’isolamento de l’Inviolata, la tenuta in questione, dovrebbe trovare equilibrio interiore e disciplina, Lazzaro si fa carico anche di lui senza troppe domande, e ne diventa addirittura complice. La vera bontà, infatti, è darsi senza  chiedere.

Anni dopo i membri di quella stessa comunità si trovano a vivere di espedienti nella periferia  degradata di una metropoli (immagini del centro cittadino rivelano che parte del film è stata girata a Torino, tra piazza Carlo Alberto e Porta Palazzo) .

Dal mediovo contadino alla maledizione del medioevo urbano. E il buon Lazzaro cade in un nuovo “grande inganno”, come il titolo dell’articolo di cronaca che raccontava la vicenda dell’Inviolata: ritrova “l’amico” Tancredi, facendo i conti con il cinismo adulto di quest’ultimo e andando incontro a  un finale inaspettato.

Per l’originalità indubbia, Lazzaro felice è stato premiato al Festival di Cannes con la Palma d’oro per la Miglior Sceneggiatura. L’opera della Rohrwacher, pur molto apprezzata e il cui sguardo cinematografico si è abbeverato alla poetica di Ermanno Olmi,  ha fatto storcere il naso a chi osserva che la rappresentazione di un’Italia pasoliniana, neorealista, fornirebbe ancora una volta all’estero  un’immagine  di noi deteriore e falsata,  che dobbiamo rifuggire.

In realtà il film è la metafora della crisi dell’ intero Occidente, in cui gli ultimi vengono sempre resi servi  e – ora più che mai – tutti siamo agiti dallo spettro di paure che rendono fragile la nostra bontà, uccisa persino dalla  paura di una fionda.

Regia di Alice Rohrwacher, con Adriano Tardioli e Alba Rohrwacher.

In questi giorni nelle sale torinesi.

 

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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