“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

Visti a Venezia 75: “Opera senza autore”, di Florian Henckel von Donnersmarck

La pittura trova ampio spazio alla Mostra del Cinema di Venezia. Se n’era già avuta una prova nei giorni scorsi con il film At Eternity’s Gate, di Julian Schnabel, il racconto degli ultimi anni di Van Gogh, preda di alienazione mentale, genio artistico e difficoltà pratiche, ad inseguire la propria ispirazione nella luce e nella natura di Arles. Il Van Gogh di Schnabel risulta, quindi, un po’ scontatamente quello che vive nell’immaginario collettivo; il regista ha voluto personalizzare la miscela nota di talento e tribolazioni del pittore con una colonna sonora quasi frastornante e turbinosi effetti visivi. Pregio indubbio del film l’ interpretazione di Willem Dafoe, tanto che si ipotizza per lui il premio per la migliore interpretazione .

Più coinvolgente  Opera senza autore, ambientato in Germania, dagli anni ’30 agli anni ’60 del secolo scorso, in cui il regista von Donnersmarck, affronta il tema della ricerca della personale ispirazione e identità da parte di un artista.

Nella prima parte, che è il cuore drammaturgico del film, viene evidenziato il rapporto tra l’artista e i totalitarismi, da quello nazista al socialismo sovietico, i quali cercano di imbrigliare l’arte, rendendola didascalica, comprensibile e piatta. Con la giustificazione di contenere l’ego degli intellettuali, in realtà tali regimi mirano a limitare autonomia e libertà all’estro creativo, che è come dire al pensiero.

Ispirato alla figura del pittore tedesco Gerhard Richter, nato durante il nazismo, anche il protagonista Kurt Barnert, formatosi alla scuola del realismo socialista nella Germania orientale, fugge all’ Ovest per riuscire ad esprimere la propria individualità artistica.

Ambizione del film, che dura oltre tre ore, durante le quali si resta senza sforzo incollati alla sedia, è raccontare anche altro: soprattutto le scelte del Nazismo in materia eugenetica, filo rosso narrativo, che puntavano al raggiungimento della purezza della razza tedesca attraverso la sterilizzazione o l’eliminazione di ritardati e malati mentali, ebrei, zingari ecc.

I contenuti più “politici”  sono intrecciati all’epopea delle famiglie dei protagonisti, sui quali giganteggia il Professor Carl Seeband, interpretato dall’attore Sebastian Koch: buon cinema, per 188 minuti, dei quali solo una manciata, nel finale, risulta forse un po’ troppo consolatoria.

Con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci. Uscita al cinema il 4 ottobre 2018.

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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