“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

All’Università di Torino aree riservate che distanziano le relazioni

Al Bar di Economia e Commercio cartelli di spazi riservati ai docenti. Qualche giorno fa si sono svolte le prove selettive per l’iscrizione al Corso di Laurea in Economia e Commercio dell’Università di Torino.

Questo fatto mi ha fatto venire in mente l’episodio in cui mi sono imbattuta qualche mese fa, in cui mi trovai, casualmente, a prendere un caffè al bar della Facoltà di corso Unione Sovietica, il bar interno alla struttura, frequentato da studenti e da docenti dell’Ateneo. In un tardo pomeriggio di fine luglio, sulla soglia della pausa estiva, l’affluenza era rada, le persone si potevano contare nella sala.

Chiacchierando del più e del meno davanti a una tazza di caffè, in compagnia della mia ospite che frequenta abitualmente l’Istituto, mi sono accorta di una serie di cartelli affissi alla parete di fondo, tra le due finestre che si affacciano sul cortile interno alla struttura, avvisi che riportavano l’invito a non occupare i tavoli posti in quella zona, in quanto “area riservata ai docenti”.

Stupita, ma anche un po’ scandalizzata, ho chiesto spiegazioni all’amica che mi accompagnava, anche lei sconcertata per l’iniziativa, la quale ha coinvolto la barista nella conversazione.

Ed è emerso che, dietro esplicita richiesta da parte di un/una docente dell’Università, sono stati affissi quei 4 cartelli che invitano a non colonizzare quella riserva destinata ai soli docenti. La barista, non bastasse, ha ribadito che “fosse un atto giusto e doveroso, perché all’ora di pranzo la sala bar è gremita di studenti, e di docenti che mica possono fare la fila, attendere il loro turno per ordinare e mangiare, come tutti gli altri comuni mortali, perché (testuale) il loro tempo è prezioso e va rispettato. Non sono loro che, in fondo, tengono in piedi l’Università?”

Sono inorridita a queste parole, e la mia amica con me, un velato imbarazzo è calato nella nostra conversazione. A nulla è valsa la difesa della cultura che ha pieno diritto di esprimersi anche fuori dalle aule didattiche, che il libero pensiero nasce proprio dalla contaminazione e dagli stimoli che possono pervenire anche da giovani menti che si affacciano agli studi universitari.

Un atteggiamento di questo genere non può che stimolare a una (amara) riflessione, che vede docenti del più alto livello di istruzione assumere una palese e cauta distanza nei confronti dei propri studenti, insegnanti che avanzano pretese discriminatorie come se appartenessero a una casta, a una categoria che tronfia del suo potere e dei suoi privilegi sostiene il proprio diritto di vedere riservata a proprio uso e consumo un’area pubblica, che è di tutti.

Un avveduto professore, che si senta davvero investito della responsabilità di insegnare ai giovani studenti, valorizzerebbe l’opportunità di frequentare e conoscere più a fondo i propri studenti, anche al di là dei banchi di un’aula. Aprirebbe la sua mente affacciandosi al mondo dei giovani d’oggi, ai loro linguaggi, all’elevazione del pensiero data dalla sua libera circolazione nel luogo predisposto alla conoscenza e al suo sviluppo.

Invece: è bene che ognuno stia nei propri confini, dentro i propri spazi, anche mentali, evitare la contaminazione che può portare a dei rischi.

Non so. Sarà che nell’anno in cui ricadono anniversari importanti per la nostra memoria storica (gli 80 anni della promulgazione delle leggi razziali in Italia, i 50 anni dall’assassinio di Martin Luther King), vedendo quei cartelli affissi ho avuto come un riflesso condizionato mentale: iniziative di questa portata, se pur più innocenti e apparentemente inoffensive, non producono nulla di buono. Soprattutto verso i giovani: cosa insegneranno loro? Cosa trasmetteranno, quando la scuola dovrebbe contribuire a formare le loro menti, forgiandone il senso critico e un ideale di conoscenza improntato anche a valori civili, come l’uguaglianza?

Nessuno degli studenti tenterà, invece, di far valere il proprio diritto di sedersi a quei tavoli, nel timore di incorrere poi in rivalse o malumori al momento dell’esame.

E neppure la barista, che difende a spada tratta la pretesa dei docenti, nel servilismo cieco che fa ritenere superiore un individuo in virtù dei titoli di studio raggiunti e del posto che ricopre nella società.

Così, per chiudere l’elenco degli anniversari da celebrare, ricordiamo anche il ’68, con le sue importanti battaglie, con le sue lotte per difendere ideali che a volte paiono evaporati o offuscati dall’indifferenza.

Loredana Pilati

loredanap@vicini.to.it

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