“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

La Fabbrica ieri e oggi. Una tavola rotonda in Piazza Livio Bianco

Dopo l’appuntamento con Enrico Deaglio, ospite di Cascina Roccafranca il 27 settembre scorso per Leggermente, giovedì 4 ottobre in Piazza Livio Bianco il “lungo ‘68” è tornato a Mirafiori Nord con una tavola rotonda dal titolo “LA FABBRICA IERI E OGGI”. La Fabbrica è ovviamente Mirafiori, anche se la lettera maiuscola è solo nella mente degli abitanti del quartiere.

Ospiti Gianni Marchetto, all’epoca sindacalista della FIOM CGIL, poi dirigente sindacale durante tutta l’epoca delle lotte, fino alla marcia dei quarantamila ed i 24000 licenziamenti; commentatore Paolo Griseri giornalista di la Repubblica e interprete da anni di tutto ciò che ruota intorno a Fiat (oggi FCA).

La tavola rotonda nasce da un’idea dei gruppi di lettura di Cascina Roccafranca, con lo scopo di potersi confrontare con un testimone privilegiato degli avvenimenti, senza la distanza costituita dal palco (e persino dal microfono); è così che il confronto si arricchisce di numerose testimonianze perché “là c’erano” in molti.

Dalla fabbrica con i suoi odori (la pece che cementava le piastrelle di legno, il fumo dei carrelli trasportatori, l’olio emulsionabile delle macchine utensili), resa viva da 60.000 lavoratori che entravano ed uscivano ad ogni ora, al relitto che non suscita neppure il senso della grandezza del passato, come avviene per il Lingotto.

Gli scioperi, i cortei, i pestaggi dei capi: gli operai. Com’erano gli operai?

La figura dell’operaio massa ha fornito materiale per la saggistica sociologica a lungo a partire da metà anni ’60. Secondo Marchetto si tratta più di un mito creato dagli intellettuali del mondo universitario che di un archetipo, (Toni Negri, ma mandatelo a quel paese! ; io di massa ho conosciuto solo Massa Attilio delle Presse e Massa Luciano della Verniciatura), a cui contrappone il suo operaio “sgalfo”; non una categoria sociale ma un individuo, sballottato tra scioperi senza sosta e le comuni necessità familiari.

Come si lavorava? Racconta Marchetto:

…Entro nella saletta del CdF e trovo due Delegati del reparto Sbavatura. Mi portano con loro fin nel reparto per farmi vedere le condizioni di lavoro dei lavoratori. Era un autentico girone dantesco: sbavavano la “cracia” dai basamenti motore ancora caldi che gli passavano davanti. Erano muniti di scalpelli e mole a disco con le quali , con lunghe lingue di scintille, asportavano la “cracia”. Erano del tutto imbacuccati con caschi, pettorine, guanti, scarponi antiinfortunistici, maschere contro la polvere, ecc , un vero inferno”.

Marchetto avanza una proposta: perché non fare come si faceva in Verniciatura dove, a fronte di un lavoro altrettanto nocivo, si era concordato 40’ di lavoro e 20’ di pausa ogni ora e in più la possibilità per i lavoratori di poter riposare in cabine relax…Dopo qualche tempo ritorna nel reparto Sbavatura. Ci sono le salette relax, le pause di cui si era discusso sono state attivate. E’ circa mezzogiorno.

Arriviamo e non sento nessun rumore, vedo alcuni operai seduti , alcuni leggono la Gazzetta dello Sport. Il grosso degli operai sono tutti ammassati attorno ad alcuni tavolini nelle salette relax: stanno giocando a carte. A scopa. Più tardi i compagni mi diranno che si giocano oltre che i soldi pure le pause. Mi incazzo come una biscia, ci sono lì altri delegati, vedo che anche loro si incazzano. Diamo il giro ai tavolini, e veniamo alle mani con alcuni operai. Alla fine me ne vado infuriato e mentre sto per uscire dall’officina incontro il capo officina che mi dice con aria seria che lui non può tollerare un andazzo che vuole che a mezzogiorno in officina non ci sia più quasi nessuno che lavora. Anche se la produzione viene fatta? (domando io) al che lui mi dice di sì.

Fonderie e Verniciatura erano sicuramente quelli più profondi dei gironi infernali in fabbrica, ma anche nelle altre officine non si stava molto meglio.

Che giudizio dare su questi fatti: lassismo? “Non è forse normale che di fronte ad un lavoro del tutto stupido…è del tutto naturale ricercare di compensare con una attività intelligente?” conclude Marchetto.

Eppure nel marasma di quegli anni furono molte le conquiste, sociali e civili oltre che economiche.

Di una di queste Marchetto è stato fra i protagonisti. Dal 1967, anno in cui fu pubblicata la prima indagine sull’ambiente di lavoro con la definizione delle mappe di rischio ambientale, fino ai primi anni ’70 in cui iniziò una difficile ma costante collaborazione con Fiat che portò a significativi passi verso la bonifica degli ambienti.

Perché Mirafiori è vuota? Colpa del costo del lavoro? Si chiede Walter ex capofficina. Il fattore costo del lavoro non è mai stato determinante: già Marchionne, all’inizio del suo mandato, aveva parlato di un 8%, ed ancora oggi il divario tra la nostra industria e quelle dei Paesi CE è marginale. Secondo Griseri i fattori sono altri: primo fra tutti gli investimenti, che per restare competitivi sul mercato dell’auto sono enormi. Lo sviluppo di un nuovo modello può costare centinaia di milioni . Perché un imprenditore dovrebbe mettere sul tavolo rischiando, cifre di quell’entità, sapendo di trovare sulla sua strada mille problemi, dai sindacati, alla burocrazia, alla concorrenza sleale? Più semplice dedicarsi, ad esempio, alle assicurazioni che non richiedono grandi investimenti iniziali, sia pure a fronte di un rischio d’impresa. Meglio ancora alle controassicurazioni, cioè alla copertura assicurativa delle compagnie di assicurazione, come sta facendo la Exor. L’economia reale non rende.

La fabbrica oggi

Marchetto ha recentemente visitato uno stabilimento FTP IVECO (ex FIAT). Le lavorazioni sono in larga misura automatizzate, mentre per il montaggio dei motori l’operaio ha di fronte a sé un videoterminale che recita le istruzioni per ciascuna operazione. Ai lati le “barche” che contengono i componenti da montare e gli attrezzi: luce rossa “montare cappuccio”, pulsante, luce verde, operazione conclusa. L’ambiente di lavoro è praticamente senza rischi, il pavimento pulito da poterci mangiare sopra. Ma il cervello del lavoratore? si chiede.

Racconta un’esperienza anche Paolo Griseri, ancora più straordinaria. Ai giornalisti in visita ad un nuovo sito produttivo in Messico della Brembo, l’azienda del bergamasco che fornisce i sistemi frenanti per praticamente tutte le auto sportive del mondo, viene mostrata un’attrezzatura avveniristica, appena installata: secondo la Direzione, la produzione partirà entro la settimana successiva. Ai visitatori vien fatto di chiedere come potranno formare le maestranze nel giro di pochi giorni, vista la complessità delle tecnologie e dei processi. Gli operai sono per lo più messicani, gente che proviene dalle campagne, quelli che a Mirafiori avrebbero definiti “metalmezzadri”. Problema già risolto, afferma il management: e compare al centro della linea di montaggio un ologramma, una specie di Obi-Wan Kenobi in tuta che simula le operazioni di assemblaggio. All’addetto alla linea è sufficiente ripetere le operazioni con gli stessi movimenti.

Questi esempi richiamano alla memoria la “rabble hypothesis” l’operaio scimmia, angosciante teoria diffusa agli inizi dell’era dell’auto, che vede l’uomo come mero esecutore, autore di soli gesti eseguiti in modo automatico (e di cui parla Marchetto nel suo contributo al saggio “Due storie operaie” del 2013)[1]. Cambia solo il contesto tecnologico.

Nessuna speranza di vedere risorgere Mirafiori di un tempo. La vocazione di FCA, ritiene Griseri, sarà sempre più americana, e con ogni probabilità gli stabilimenti ancora esistenti nell’area torinese saranno accorpati.

Da parte nostra come Torinesi possiamo forse raccogliere la semiseria proposta fatta da Enrico Deaglio nel suo “Patria 1967-1977” che i gruppi di lettura hanno portato nella serata di Leggermente citata:

Oggi né operai né sindacati (e nemmeno le automobili) sono più di moda“. Anzi, si trovano persone in Italia che dicono che la causa della nostra pessima situazione attuale nacque proprio lì, quando quelli che stavano sotto si montarono la testa. Dimenticano che hanno goduto tutti delle conquiste di allora […] Bisognerebbe fare un monumento, una cosa allegra, davanti a quello stabilimento e metterci una grande scritta, che si veda da lontano:

 

A tutti

i patrioti

che ci hanno fatto avere

il weekend [2]

 

L’incontro è stato organizzato da Sportidea Caleidos, con il patrocinio della Circoscrizione 2, nell’ambito della manifestazione E-STATE in piazza Livio Bianco.

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

[1] Beppe Bivanti e Gianni Marchetto Due storie operaie, edizioni Punto Rosso pag 57

[2] Enrico Deaglio Patria 1967-1977 ebook pos 552

L’immagine degli scontri in Corso Traiano del 3 luglio 1969 è tratta dall’Archivio storico de “La Stampa”

 

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