“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

36° Torino Film Festival: nota n°1

Cosa spinge migliaia di persone a sfidare il rigore invernale e, in file disciplinate, stazionare a lungo di fronte a totem targarti Tff, posizionati in punti strategici delle vie del centro della nostra città?

Un amore smisurato per il cinema.

Nonostante l’assenza della cornice visiva e climatica offerta da festival più glamour e collocati in momenti dell’anno maggiormente propizi (Venezia, Cannes). Nonostante le previsioni nere di riduzione dei finanziamenti, peraltro smentite dai 20 000 euro in più di budget grazie all’incremento dei finanziamenti da parte di Regione, Città, fondazioni e sponsor.

I cinefili anche a Torino – in fondo – continuano a chiedere con costanza ammirevole alla “settima arte” indicazioni per affrontare i temi cruciali della vita: amore, famiglia, lavoro, e a cercare  risposte ai dubbi esistenziali: chi sono? qual è il mio scopo nella vita? riuscirò ad essere felice?
Le prime due pellicole proposte dalla 36^ edizione del Torino Film Festival – che verranno ripresentate nei prossimi giorni nelle sale del Massimo e del Reposi e che sono comunque da tenere d’occhio  quando arriveranno nel circuito tradizionale – entrano a gamba tesa nella questione dei ruoli all’interno della famiglia tradizionale.

Nel dramma psicologico 53 Wars (in concorso), della regista polacca Ewa Bukowska, la protagonista è la moglie di un reporter di guerra, la quale ha rinunciato al proprio lavoro di giornalista per la famiglia. Vivere in solitudine, occuparsi unicamente dei figli, nell’attesa angosciante di una telefonata che potrebbe comunicare la morte del coniuge, in uno dei tanti teatri delle guerre contemporanee, precipita la donna in un baratro di oppressione e disagio psicologico. Il valore di questo film è quello di rivedere il cliché della moglie di un soldato – o, ed è lo stesso, di un inviato di guerra – la quale accetta stoicamente che il suo uomo svolga il proprio dovere al fronte. Ovviamente queste donne esistono: ma è giusto volgere lo sguardo anche a quelle figure più fragili, e non poco numerose, alle quali non si attaglia il ruolo di compagna comunque appagata e perfetta, come quelle madri che, dopo aver partorito, precipitano nell’abisso della depressione post partum.

Parla anche dell’oggi Wildlife (in concorso): toccante quadro di vita familiare americano anni ’60 dell’esordiente Paul Dano, con la vicenda della disgregazione di una famiglia a causa dei problemi lavorativi del padre. Dopo l’ennesimo trasloco e il successivo licenziamento, qualcosa si spezza nella tenuta emotiva della moglie fino ad allora irreprensibile. Testimone impotente, come spesso accade in questi casi, il figlio, il cui sguardo è il filtro attraverso cui seguire le dinamiche disfunzionali tra gli adulti.

Apprezzabile l’operazione di “cinema nel cinema” compiuta da James Franco con il film Pretenders (sezione Festa Mobile): l’attore americano – che è laureato in filosofia, oltre che imbevuto di cultura cinematografica – qui in veste di regista, mette in scena due amici, un film-maker e un fotografo, con la passione per il cinema dalla Nouvelle Vague francese, i quali si contendono l’amore di un’attrice, la bella Catherine. Lungo un decennio, dagli anni ’70 agli ’80, costellato di tradimenti e piroette sentimentali, si sviluppa il loro destino umano e professionale: scopriranno che la donna ambita rappresenta la quintessenza dell’essere attore, in cui l’arte prende il sopravvento sull’ autenticità della persona, decretandone l’inafferrabilità.

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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