“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

36° Torino Film Festival: nota n°2

Nell’offerta ricca e di qualità di questa 36^ edizione del Torino Film Festival si ricavano non poche suggestioni positive. Tra gli italiani convince lo spaccato sociale presentato dal regista Duccio Chiarini nel film L’ospite (sezione festa Mobile): si tratta dei 30 – 40enni contemporanei, di cultura superiore, precari e spaventati dalle responsabilità della vita: non a caso la parola che ricorre maggiormente nei dialoghi dei personaggi principali, naufraghi anche dal punto divista affettivo, in quanto alcuni disaccoppiati, altri infelicemente in coppia, è “paura”. Essi, infatti, si rivelano timorosi di andare, restare, cambiare, generalmente affetti da una sorta di “consumismo sentimentale” che è l’altra faccia dell’insoddisfazione e dell’indecisione. Se le generazioni precedenti sapevano maggiormente resistere nel legame di coppia – come dimostrano i genitori del protagonista – i giovani d’oggi faticano a trovare senso nei valori della tradizione e delle consuetudini sociali. Da cui sono totalmente avulsi i dropouts protagonisti del film Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius: un cinquantenne, cantante di balera, facile alla sbronza e a perdere il controllo di sè, in occasione di un ricovero coatto incontra una donna altrettanto disancorata dalla realtà e dalle convenzioni: ha avuto un figlio da non si sa chi, non è stata in grado di occuparsene e le è stato tolto. Tra i due nasce una solidarietà che porterà ad un epilogo inaspettato, ma narrativamente molto efficace. Il regista ha dichiarato in conferenza stampa di aver voluto evidenziare in questo film l’impulsività dell’essere umano come valore di verità, di trasparenza ( o di “quell’ anarchia positiva, rintracciabile in una canzone di De Andrè o in un ragionamento pasolinano”) o dato di realtà: non a caso, come nel cinema del neorealismo, i personaggi (Alessandro, Francesca, Antonio) hanno i nomi degli attori che li interpretano.
Nel film tedesco di David Naweath, Atlas (in concorso), un noir dal buon ritmo, il protagonista è un traslocatore sessantenne, al servizio di una ditta che, in combutta con esponenti della malavita, si occupa di sfratti di inquilini al fine di realizzare delle speculazioni edilizie. Un incontro inaspettato con uno degli sfrattati cambierà radicalmente la vita dell’uomo il quale dimostra, col cuore e con i fatti che, “non tutto ciò che è illegale è sbagliato”. Ma il cinema spesso si prende la libertà di affermarlo.

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0 (from 0 votes)

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


*