“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

36° Torino Film Festival: nota n°3

Conferenza stampa di Pupi Avati, guest star della Sezione “Unforgettables”. Il regista bolognese, gran affabulatore, rievoca la vicenda della realizzazione di Bix, il film da lui diretto nel 1991 e inserito nel segmento del Festival che la direttrice del Tff Emanuela Martini gli ha assegnato. Al termine del racconto, chi scrive ha chiesto a Pupi Avati l’autorizzazione a darne riscontro sul nostro giornale. Avati con naturalezza padana ha risposto: ”Perché no? La racconti pure, è la verità.” Eccola, quindi.

Bix è un film al quale sono molto legato per ragioni personali: avevo quattordici anni e l’influenza. Mia madre prelevava i libri dalla biblioteca circolante e mi portava le novità. Un giorno mi consegnò un volume in cui c’erano le biografie di 12 famosi jazzisti, da Count Basie a Louis Armstrong, a Duke Ellington, e tra queste c’era la vita di Leon Bix Beiderbecke. Io lessi la biografia di questo ragazzetto di Davenport, nello Iowa (Usa), di buona famiglia tedesca, genitori amanti della musica classica, madre pianista, padre direttore del coro di Norimberga, e ne rimasi affascinato. Dai battelli che, da New Orleans, risalivano il Mississipi che scorreva sotto la sua casa, Bix ascoltava levarsi le note di una musica originale, trasgressiva, che veniva suonata nei bordelli della Louisiana: il jazz. Il giovane si procurò una cornetta e iniziò a suonarla di nascosto dalla famiglia, formando una sua band, dimostrando un talento straordinario: un approccio al jazz “bianco” originalissimo per il tempo e che venne molto apprezzato.

Mentre i genitori aborrivano il nuovo genere musicale, lui raggiungeva la fama e il successo economico. Ad ogni nuova incisione inviava una copia del disco a casa, per mostrare ai suoi quanto fosse considerato con la sua musica. Unico problema, l’alcool, che lo portò a stare molto male. Provò a smettere di bere e tornò a casa per rimettersi in salute. Un giorno chiese alla madre dove fossero gli asciugamani. La donna gli indicò un armadio, lui lo apri e, sotto i panni, trovò la pila dei suoi dischi ancora sigillati. I genitori non avevano mai ascoltato un suo disco.

La sera riprese il treno per New York, andò a vivere al Queens, ricominciò a bere e morì. Aveva 28 anni.

Ciò che mi colpì della sua breve vita fu il tentativo che il giovane aveva fatto di essere accettato e compreso dalla famiglia, tenendo insieme due mondi, la musica classica e il Jazz, che è quello che accade a me, che posso ascoltare gli Original Dixieland Jass Band e Beethoven. Bix divenne il mio eroe.

Molti anni dopo conobbi Fernanda Pivano e le chiesi informazioni su quell’artista. La Pivano mi inviò le fotocopie di una biografia accuratissima.

C’era tutto su di lui.

Alla fine della lettura decisi di farne un film e scrissi al governatore dell’Iowa queste parole: voi avete tre risorse: il corn (grano), Buffalo Bill e Bix Beiderbecke. Tutti sanno cos’è il corn, chi è Buffalo Bill, ma ignorano chi sia Bix Bildeberg. Perchè non ne facciamo un film?
Il politico poco tempo dopo inviò in Italia un suo incaricato a prelevare me e il mio gruppo di lavoro con un aereo privato e, giunti a Davenport, ci accompagnarono a visitare i luoghi dove il musicista aveva suonato, la sua tomba, la sua casa. Quest’ultima era una scatola di lamiera, malconcia, che, per via del libro, conoscevo perfettamente: infatti, entrato, indicai “lì dormiva, lì c’è il salotto, là c’era il pianoforte, la sua camera…”.

Carlo Simi, lo scenografo di Sergio Leone che era con noi e che di ricostruzioni americane se ne intendeva, già immaginava come si sarebbe potuto riportarla alla condizione originale. Io chiesi al sindaco quanto sarebbe potuta costare quella casa: trenta milioni di lire. Guardai mio fratello e decidemmo di aquistarla.

Ero diventato il padrone della casa del mio mito, se ci fosse ancora stato Bix avrebbe dovuto pagarmi l’affitto! Ristrutturata, resa identica a quello che era, divenne il mio ufficio americano per i successivi film che girai negli Stati Uniti.
Ora quella casa non si può più abbattere: c’è una targa dello Stato che indica la sua rilevanza di luogo storico ed è diventata museo. C’è una persona che la apre e la mostra ai visitatori, non molti per la verità.

Insomma è bello credere che nel tuo cammino tu possa fare percorsi capaci di sorprenderti come quando, da bambino, leggi una storia che recupererai molti anni dopo e potrà cambiare la vita a te e a quelli che la conosceranno.”

 

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/10 (0 votes cast)
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0 (from 0 votes)

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


*