“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

36° Torino Film Festival: nota n°4

Durante il festival è stato assegnato il 17° Premio Maria Adriana Prolo alla carriera a due protagonisti del cinema piemontese: Giorgio Arlorio e Pietro Perotti.
Arlorio, nato nel 1929 a Torino, è stato attore e sceneggiatore, collaborando fin dagli anni ’50 con registi del calibro di Gillo Pontecorvo, Dino Risi, Mario Camerini, Mauro Bolognini e Mario Monicelli. E’ stato anche uno dei primi autori di Chi l’ha visto?, una delle trasmissioni di Rai Tre di maggior successo.
Pietro Perotti, classe 39, “migrante economico” da Ghemme, Novara, è un ex operaio Fiat. Ha partecipato a tutte le lotte operaie, documentandole con la sua cinepresa super8, dal 1974 ad oggi. A partire dalle riprese effettuate negli anni, nel 2014 ha realizzato, insieme a Pier Milanese, il documentario Senzachiederepermesso, un affresco di vita operaia in quella che è stata la più grande fabbrica metalmeccanica d’Europa. Dall’energia inarrestabile, Perotti è anche scenografo e scultore (ha lavorato con Stefano Benni e Altan): nel suo laboratorio “manipolativo” di via Gravere, a Torino, insegna ad adulti e bambini a realizzare colorati pupazzi in gommapiuma, come quelli che, grazie a lui, hanno fatto diventare i cortei della protesta sindacale spettacoli di teatro di strada. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
Come apparve la fabbrica torinese a lei che arrivava dalla provincia?
“La Fiat mi apparve come lo scenario del film “Metropolis” di Fritz Lang, il Moloch rappresentato dalle ciminiere alte cento metri. Mi impressionava anche la massa degli operai che, a fine turno, uscivano di corsa, sciamando verso i mezzi pubblici, e i lavoratori del turno successivo che di corsa entravano a prendere servizio. E il rumore cupo e assordante delle presse. Eravamo allora 60.000, mentre ora, con poche centinaia di operai, la fabbrica è muta.”

Come le venne in mente di documentare, riprendendo con una cinepresa, i momenti della vita in fabbrica?
“I registi di allora non erano interessati a fare riprese nei luoghi di lavoro; in occasione di scioperi o manifestazioni arrivavano la Rai e gli inviati di giornali come l’Unità, ma se chiedevi le foto te le facevano pagare a caro prezzo. Non c’era da aspettarsi niente da nessuno! Così decisi di investire due mesi di stipendio e acquistai una cinepresa 8mm, la più piccola che c’era, e cominciai a riprendere.”

In che modo il ’68 la influenzò? Favorì la sua consapevolezza politica e sindacale?
“Con Che Guevara, noi laici avevamo un punto di riferimento ideale. La sua morte, nel 1967, preparò le nostre coscienze ad accogliere un cambiamento. Il ’68 per me si identifica con il maggio francese, quell’ondata creativa, libertaria e – mi piace sottolinearlo – ludica, di cui mi sento figlio. Soprattutto dell’aspetto ludico: nel maggio parigino scoprii un giornale satirico, L’enragé (L’arrabbiato) realizzato da Maurice Sinet e Georges Wolinski (uno dei giornalisti di “Charlie Hebdo” ucciso nell’attentato del 2015). Da lì ho capito l’importanza dell’ironia e della creatività: durante le manifestazioni di protesta occorre mantenere l’ironia, che fa diventare i momenti di lotta anche un’ occasione di festa.” 

Qual è la condizione attuale degli operai?
“Nelle fabbriche gli operai sono pochi, isolati, ricattabili. E’ vero che ai nostri tempi ci siamo conquistati spazi di libertà anche perché c’era maggiore possibilità di trovare occupazione. Se i 60 000 della Mirafiori dei miei tempi lavoravano a pieno regime, ora gli operai sono 700 e producono un’auto che costa 70 000 euro, modello base. Chi la compra? Comunque è finita un’epoca, in cui le lotte puntavano a migliorare le condizioni della collettività: infatti si diceva “noi”. Quel tempo è finito nel 1980, con la marcia dei 40 000 quadri a Torino, che secondo me ha rappresentato la sconfitta della classe operaia e la prima manifestazione di quell’individualismo che oggi anima i lavoratori, che vivono male, preda dell’egoismo e del rancore.”

Che consiglio si sentirebbe di dare a un giovane che si affaccia oggi al mondo del lavoro?
“E’ importante ribellarsi. Anche negli anni ’50 era dura lottare per i propri diritti. Nessuno ci ha regalato niente. Stare attenti a conservare spazi di democrazia nei luoghi di lavoro. Solo che i giovani sono tutti lobotomizzati, chiusi in loro stessi a causa delle nuove tecnologia, dei telefonini… Ci vorrebbe un nuovo ’68!”

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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