“Oramai siamo carne e telefonino: la memoria non è più nella testa, ma nello smartphone”.

(Vittorino Andreoli)

36° Torino Film Festival: nota n°5

Il 36°Torino Film Festival si è chiuso con uno degli eventi più attesi di questa edizione, la presentazione di Santiago, Italia, l’ultima opera di Nanni Moretti: si tratta di un documentario sull’esperimento di “socialismo democratico” del governo di Unidad Popular, inaugurato da Salvador Allende nel novembre del 1970 in Cile e stroncato dal golpe di Pinochet l’11 settembre 1973.
Il film è suddiviso in tre segmenti: l’insediamento del nuovo governo Allende e il successivo colpo di stato dei militari; le testimonianze sulla repressione degli oppositori e l’attività dell’ambasciata italiana a Santiago; le interviste a cittadini cileni, alcuni dei quali vivono in Italia.

Se il primo segmento, con il supporto di spezzoni di filmati dell’epoca, ricostruisce fatti ampiamente trattati dai libri di storia, la vicenda straordinaria dell’ambasciata italiana a Santiago durante il golpe di Pinochet è meno nota: non tutti ricordano il sostegno dato dal Governo italiano di allora a centinaia di oppositori della giunta militare che trovavano asilo nella villa di via Calle Miguel Claro 1359, in attesa del lasciapassare con il quale tornare in Italia, né che il nostro fosse l’unico Stato europeo, insieme all’Urss, a rifiutare il riconoscimento alla giunta cilena (e questo può dirci qualcosa sulla caratura politica e umana di molti dei politici del passato). Questa parte del racconto filmico è decisamente più breve di quel che ci si sarebbe aspettati, anche se ha il merito di riportare alla luce insieme la vicenda tragica della giovane ribelle Lumi Videla, che fu oggetto del romanzo “Chi ha ucciso Lumi Videla?” scritto dall’ambasciatore Emilio Barbarani e pubblicato nel 2012. Il cadavere della ragazza, torturata e uccisa, fu lanciato oltre il muro di cinta all’interno dell’ambasciata, e la stampa di regime insinuò che fosse morta in un’orgia organizzata tra i rifugiati per gettare una luce sinistra su quanto accadeva in ambasciata.

Sia attraverso la prima parte del film, con le dichiarazioni di Allende dal momento dell’investitura all’ultima, drammatica, prima della caduta, sia raccontando l’opera della diplomazia italiana e i retroscena di quel delitto, il film consente di recuperare – in specie per i giovani, per cui è auspicabile anche una circolazione nelle scuole – una memoria storica lacunosa. Il terzo segmento mostra l’emozione degli intervistati che hanno ricordo della “bellezza” dell’Italia degli anni ’70, per la generosità degli ideali in cui le persone credevano, che si traduceva anche nella capacità di accoglienza dei rifugiati stranieri. I quali potevano scoprire, come Victoria Saez, che, se il Cile era stato “un patrigno cattivo”, l’Italia si era rivelata “una madre generosa e solidale”. Si potrebbe dire altrettanto dell’Italia di oggi?
Il documentario dal punto di vista tecnico-stilistico non innova; a parte la panoramica iniziale su Santiago, gli spezzoni di filmati e qualche foto d’epoca, protagonisti assoluti sono i primi piani dei volti degli intervistati ripresi a camera fissa: l’impianto classico consente di dare rilevanza e intensità alle testimonianze dei singoli, nella loro efficace semplicità. Nel contempo è stata messa a segno una nuova espressione del Moretti-pensiero, destinata ad entrare nel linguaggio della cultura democratica italiana, quando sarà giusto essere schierati: ”Io non sono imparziale.”

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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1 Commento su 36° Torino Film Festival: nota n°5

  1. L’ articolo è scritto molto bene. Sintetico ed immediato, valorizza il film e ne incentiva la visione

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