“è meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita”

(Rita Levi Montalcini)

Cold war, di Pawel Pawlikowski

Quando cerchi immagini e suoni, le idee escono sempre dal passato, dai ricordi.” E l’immaginario di Pawel Pawlikowski, il regista di “Cold war”, si nutre dei ricordi della sua Polonia al tempo della Guerra fredda, in cui imperano devozione acritica alla Patria e subordinazione ai precetti del Governo comunista di Varsavia.

Wiktor, un direttore d’orchestra e pianista alla ricerca di brani della musica popolare da preservare e far eseguire in omaggio alla tradizione del Paese, durante uno dei provini resta folgorato da Zula, una giovane cantante, e la scrittura. Ma l’arte, come l’amore, si nutre di libertà: infatti l’estro creativo porta il musicista a “deviare” dal folclore di regime al jazz, e quindi l’uomo deve essere sorvegliato. E nonostante proprio Zula riceva da un funzionario del Partito l’incarico di spiare Wiktor, tra lei e quest’ultimo scoppia una passione bruciante e  tormentata. Incapaci di stare insieme, pur nell’idealizzazione l’uno dell’altra, i due, tra la fine degli anni ’40  e gli anni ’60, si rincorrono  tra Polonia, Germania, Yugoslavia e Francia.

Per riprodurre quell’ Europa, il regista è ricorso ad un bianco e nero caldo e potente: molte inquadrature  – in specie quelle parigine – sono perfette come le immagini con le quali i fotografi Elliot Erwitt o Robert Doiseneau hanno reso immortale la capitale francese.

Una vicenda simile a quella dei protagonisti ha segnato la vita dello stesso Pawlikowski: infatti  i suoi genitori, ai quali il film è dedicato, vissero traversie private e pubbliche simili a quelle di Wiktor e Zula. E un amore assoluto, non immaginabile  “in questo tempo, dove tutti sono distratti da schermi, cellulari, internet e c’è molto rumore. Si rende difficile concepire il momento dell’innamorarsi come un incontro dove vedi qualcuno e poi non esiste più nessun altro”,  ha dichiarato in un’intervista recente il regista. Il quale dà soprattutto risalto al travaglio personale degli amanti  e non indugia sui risvolti politici, scegliendo di alludere più che esibire: ad esempio, nel finale, si intravede appena la mano di Wiktor martoriata dalle torture della polizia segreta, che spezzano l’attività artistica del pianista, ma non  piegano la sua anima.

Intenso e struggente, anche in virtù dell’interpretazione di due attori in stato di grazia, il film si è aggiudicato il premio alla regia a Cannes 2018 e rappresenterà meritatamente la Polonia nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero. Da vedere.

Regia di Pawel Pawlikowski, con Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar

Dal 20 dicembre in sala a  Torino.

Voto: 8,5/10

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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