C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

Una direttiva europea vieta l’uso delle plastiche monouso

Passata forse inosservata tra altri provvedimenti, la scorsa settimana il Parlamento Europeo ha approvato in via definitiva una direttiva che prevede la messa al bando entro il 2021 delle cosiddette plastiche monouso: piatti, posate, cannucce, le plastiche ossi-degradabili (polverizzabili ma non biodegradabili, le cosiddette plastiche “imbellettate di verde”) e i contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso e via via fino ai bastoncini per palloncini. Inoltre, le bottiglie di plastica dovranno contenere almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e il 30% entro il 2030. le plastiche ossi-degradabili e i contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso.

Sconvolgente? Personalmente posso testimoniare che a metà anni ’70 nello stabilimento della MBB di Monaco-Ottobrunn (la gloriosa, a suo modo, Messerschmitt) ricostruito dopo la guerra, si usavano per il caffè dei bicchierini di cartone ricoperto da un velo di plastica, tipo Tetrapack, largamente riciclabile.

Dal gruppo dei “Vicini di strada”, Nextdoor Mirafiori Nord-Piazza Basilicata, ricevo questa simpatica storiella:

“Alla cassa di un supermercato una signora anziana usa un sacchetto di plastica non biodegradabile per metterci i suoi acquisti. La cassiera la rimprovera di non adeguarsi all’ecologia: “Purtroppo la sua generazione non comprende il movimento ecologista: noi giovani stiamo pagando per la vecchia generazione che ha sprecato le risorse” La vecchietta si scusa con la cassiera e spiega “Mi dispiace un movimento ecologista ai miei tempi non esisteva”.  Mentre lei lascia la cassa la cassiera aggiunge “sono state le persone come voi che hanno distrutto tutte le risorse a nostre spese”. La signora allora, un po’ arrabbiata, sciorina: “all’epoca si usavano le bottiglie di vetro, si riportavano in negozio e il negozio le rimandava in fabbrica per essere lavate, sterilizzate, e riutilizzate. I sacchetti erano di carta, si usavano più volte e quando erano ormai inutilizzabili si usavano per accendere fuoco. Non c’era residuo, e l’umido si dava da mangiare agli animali.

Ma non conoscevamo il movimento ecologista.  Salivamo le scale a piedi, non c’erano scale mobili e gli ascensori erano solo nelle abitazioni di lusso. Non si usava l’auto ogni volta che bisognava muoversi di due strade, fino al negozio all’angolo. Ma è vero, non conoscevamo il movimento ecologista. Non si conoscevano i pannolini usa e getta, i pannolini venivano lavati col perborato; facevamo asciugare i vestiti fuori su una corda; anche la sveglia la caricavamo a mano la sera in cucina. Negli imballaggi si usava come imbottitura la carta del giornale, non bolle di polistirolo o di plastica. Il fitness lo facevamo col lavoro fisico, non con il tapis roulant della palestra.

Ma è vero, noi non conoscevamo il movimento ecologista. Invece di comprare una nuova penna ogni volta da studenti riempivano le penne di inchiostro; per radersi si usavano le lame invece di gettare il rasoio intero dopo l’uso Ma è vero noi non conoscevamo il movimento ecologista. I bambini tenevano lo stesso astuccio per diversi anni e i quaderni continuavano da un anno all’altro, le matite, le gomme, il temperamatite e gli altri accessori duravano fintanto che potevano…”

Per fortuna si tratta di una storiella, narrazione, nessuno pensa di tornare ai pannolini sciacquati, strigliati e poi lavati e messi ad asciugare (qualcuno lo ricorda?). Né a fare le scale se c’è l’ascensore. Ma non dovremmo pensare ai nostri nipoti quando compriamo la fettina al supermercato e ce la mettono su un letto di polistirolo da alcuni centimetri cubi?

Un caso a sé, mi segnalano, i packaging dei cosmetici, settore in cui si sono inseriti anche i maschietti. Una fiera di inutili involucri per veicolare contenitori da pochi millilitri di prodotto. Ancora pensando alla vecchietta, mi viene in mente, anni fa in Avenue Montaigne, Parigi, la via della moda dal 1800 e rotti, c’erano (ci sono ancora?) anche le rappresentanze dei profumieri specie provenzali. Le essenze erano racchiuse in eleganti boule sferiche. Un inserviente dall’atteggiamento volutamente ambiguo si informava, com’è la signora, bionda o mora (castana no, troppo banale), slanciata (bassa e tozza neanche parlarne), preferisce l’abbigliamento elegante o casual? Poi faceva cadere due gocce di profumo da un microscopico rubinetto su un bastoncino, ti faceva sembrare che quel profumo fosse sceso dal cielo solo per te. 50 o 100 millilitri in uno dei boccettini, tutti uguali, niente fogge cervellotiche, etichetta “Tabac Blanc” personalizzata, un pacchetto elegante e avevi l’illusione di aver comprato un pezzo di paradiso. A casa un figurone. La biancheria intima volava via da sola.

Qualcosa del genere di sta tentando. Mi segnalano.

Torniamo sulla terra. Le foto diffuse su Twitter da Giuseppe Ungherese di Greenpeace mostrano l’inquietante strato di oggetti di plastica – confezioni, bottiglie e altro – adagiati sul letto in un bacino del Po, nella zona di Reggio Emilia.

Saranno loro, i nostri nipoti che abbiamo ammirato commossi in Piazza Castello nel Friday for Future, a pretendere leggi come quella istituita dal Parlamento europeo, che impediscano lo sfacelo come quello mostrato da Greenpeace nel letto del Po in secca?

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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