C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

Ex detenuti raccontano

Vi siete mai chiesti come possa una persona passare la maggior parte della sua giornata in una cella di pochi metri? Che cosa pensi, cosa faccia per passare il tempo e come il semplice entrare in un edificio costruito da uomini, in cui lavorano altri uomini, in questo caso, possa cambiare drasticamente la sua vita in meglio o in peggio?

Noi ce lo siamo chiesti e proprio per questo motivo abbiamo intervistato quattro ex detenuti della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, meglio conosciuta come Le Vallette di Torino.

Quelle raccolte in questo articolo sono testimonianze di esperienze eterogenee dovute alla diversa indole di ognuno degli intervistati e alla diversa fortuna di aver incontrato alcune persone lungo il loro percorso, nonché alle motivazioni per cui sono entrati in carcere e al tempo che vi hanno trascorso, i quali però non sono oggetto del nostro interesse.

Ogni intervista ha un soggetto reale ma per mantenere la privacy i nomi che appariranno saranno di invenzione: il primo signore di cui riporteremo l’intervista lo chiameremo Luigi; i due signori che abbiamo intervistato insieme saranno Marco e Pietro; l’ultimo lo battezzeremo Giovanni.

Le loro sono indubbiamente esperienze forti che chi non è mai entrato in carcere stenta a capire, è difficile immaginare che la propria vita possa essere scardinata in ogni più piccola abitudine: “Nel carcere delle Vallette la vita si svolge in pochi metri quadri in cui si deve mangiare, fare i propri bisogni (c’è il wc, non la doccia) e devi convivere con persone che a volte non ti piacciono e la convivenza può diventare pesante” (Luigi).
Dipende però dall’individuo trovare la propria armonia anche in un luogo che non rende il compito semplice: “Mancano le piccole cose in carcere ma l’uomo si adatta, il mondo è semplicemente una galera più grande, che tu sia in carcere o da un altra parte se sei una persona con un po’ di testa non ti fai mancare nulla” (Marco).
Per alcune persone entrare in carcere invece può essere visto come una totale disgrazia :”Io avevo tutto, avevo una casa e una famiglia mentre adesso non ho più niente, ho solo la mia dignità che è la cosa a cui tengo di più” (Giovanni). Il vivere l’esperienza carceraria con più armonia possibile o come un atroce supplizio può dipendere dal motivo per cui si è entrati in carcere, dall’età a cui ci si entra, se si è abituati ad entrarvici già da ragazzi o meno e da carattere e inclinazione personale; a tal proposito si prestano bene due affermazioni di Marco e Giovanni: “Fin da ragazzo sono stato un anarchico, già dall’inizio della mia vita mi sono trovato in contrasto con la società per il mio modo di pensare” (Marco); “Per me entrare in carcere è stato traumatico, per dieci giorni non ho dormito, mi sono trovato in un mondo che non mi apparteneva” (Giovanni).
Nonostante la differenza delle loro esperienze, i quattro signori intervistati hanno dato risposta unanime alla domanda se il carcere adempisse o meno alla sua funzione rieducativa o se la volontà di cambiamento dovesse partire dal singolo: ”Il carcere non è rieducativo, è l’università del crimine” (Pietro); “La volontà di cambiamento deve partire dall’individuo, per esempio Pietro per sette/otto anni ha portato un bel movimento nel carcere, si può dire che abbia fondato il buddismo nei carceri” (Marco).
Ognuno trova il suo modo per affrontare il carcere e in generale la vita, Marco e Pietro hanno trovato il buddismo e assumendo il suo messaggio come stile di vita hanno riportato la serenità nella propria esistenza, nonostante l’ambiente intorno a loro non fosse mutato: “Il buddismo ci ha aiutato non solo ad andare avanti, ma ad andare avanti felici” (Marco).

Troverete le interviste complete sotto forma di link cliccando sui loro nomi.

Chiara
chiaral@vicini.to.it

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