Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.
(Lev Tolstoj)

Intervista a Marco e Pietro

“Vicini” ha raccolto quattro testimonianze di ex detenuti della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno. Questa è l’intervista a Marco e Pietro (nomi di fantasia che corrispondono a persone reali).

Mi può illustrare una giornata tipo all’interno del carcere?
Marco: Premetto che noi non siamo persone che una volta entrate in carcere si lasciano andare. La prima cosa che ci viene da fare è cercare cose pulite e farci una doccia, dopo di che la nostra giornata tipica consiste nell’alzarsi al mattino, fare colazione, prendere le scarpette e andare all’area a fare un po’ di sport. Si pensa spesso che in questo mondo le persone si facciano prendere dall’apatia e si buttino su una branda passando così le loro giornate, non è così per noi, volendo in carcere non stai mai fermo.
Bisogna distinguere poi tra carcere giudiziario e penale. Nel carcere giudiziario si sta quando si è in attesa di giudizio e si attende il processo, in teoria finito il primo grado si dovrebbe essere portati nel carcere penale dove puoi lavorare, studiare e fare altre attività. Nei giudiziari non è vivere, è morire, mentre nei penali sopravvivi perché hai le tue cose, hai più libertà: puoi farti il caffè, cucinarti qualcosa, fare molte cose che fai anche fuori, mentre nel giudiziario ti mancano proprio le materie prime per farlo.

Com’è il rapporto tra detenuti?
Marco: Bisogna cercare di avere sempre la massima educazione, cercare di non urtare. Il motto del detenuto deve essere “vivi e lascia vivere”.
Tra detenuti penso sia cambiato il rapporto rispetto ai tempi delle Nuove, non c’è più l’aiuto reciproco di prima, ormai il carcere è diventata un’altra dimensione che non conosco più neppure io.
Pietro: E’ cambiato il modo di vivere il carcere e anche le persone che lo frequentano, prima c’era una certa mentalità, dei principi se vogliamo, delle regole. Ormai ognuno fa a modo suo.

Com’è il rapporto con le guardie?
Pietro: Penso che nessuno abbia l’aspirazione di diventare guardia carceraria, non è un lavoro che fai per passione, di conseguenza alcuni sono incattiviti e non puoi nemmeno parlarci, conviene stare zitto per evitare di dire qualcosa di sbagliato perché ovviamente in carcere la tua parola non vale niente in confronto alla loro. Così sono alcuni, ce ne sono poi degli altri con cui puoi parlare e che ti fanno piccoli favori come portarti una rivista che non puoi comprare e via dicendo, ma non si instaura mai un rapporto.

Per quella che è stata la vostra esperienza, il carcere è stato un percorso rieducativo piuttosto che punitivo?
Pietro: Il carcere non è rieducativo, è l’università del crimine: a molti, come a me, è capitato di entrare prima nel carcere minorile, poi all’età di diciotto anni essere trasferito alle Nuove; quando arrivi alle Nuove sei più arrabbiato e incattivito di prima e non trovi nessuno che si interessi al perché sei lì dentro e che si prodighi a farti cambiare vita: devi arrangiarti. E’ stato così per noi all’epoca, forse ora qualcosa si è mosso, ci sono psicologi, assistenti sociali, criminologi, ma quando c’eravamo noi tutto questo non esisteva, ti buttavano là dentro e potevi diventare il peggiore dei criminali: entravi per furto d’auto ad esempio, uscivi e andavi a fare le rapine in banca, ogni volta diventavi più dannato di prima.
Marco: Non parte dal carcere, sicuramente, il percorso rieducativo, se non vuoi stare a marcire su una branda magari un piccolo aiuto ce l’hai, ma non è l’aiuto che puoi immaginare nel mondo reale, anche se chiedi aiuto ad un assistente sociale, non è la stessa cosa che fuori, anche loro hanno le mani legate.

Com’è la concezione del tempo?
Marco: Il tempo in un modo o nell’altro lo devi far passare, sta a te passarlo bene o male, anche fuori dal carcere alla fine devi passare il tempo. Personalmente io non sto mai fermo, già dal mattino so cosa devo fare, ed ero attivo anche in carcere, se il dinamismo ce l’hai dentro difficilmente non fai nulla, anche se sei in carcere.

Che cosa le è mancato di più in carcere?
Mario: Quando ero ragazzo sicuramente la ragazza, ma alla fine quando entri da giovane in carcere, stare lì diventa quasi normale, non ti fai domande sul perché sei lì, ci sei perché sei fatto così. Mancano le piccole cose, ma l’uomo si adatta, il mondo è semplicemente una galera più grande, che tu sia in carcere o da un altra parte, se sei una persona con un po’ di testa non ti fai mancare nulla.

Quando si esce dal carcere c’è un percorso di reinserimento nella società dal punto di vista lavorativo?
Pietro: Non c’è, l’ho cercato, ma sostanzialmente ti devi arrangiare, per questo poi torni a rubare o a fare quello che facevi prima. Non importa niente a nessuno se non cambi vita, anzi probabilmente preferiscono.
Marco: Devi essere un certo tipo di persona per riuscire a reinserirti nella società e forse forse così un piccolo aiuto lo puoi trovare. Noi siamo stati asociali fin da piccoli, ci siamo ritrovati nei carceri per mancanza di soldi e altre cose, l’aiuto non l’abbiamo mai chiesto perché sapevamo di fare un buco nell’acqua anche per il fatto che il nostro atteggiamento è sempre stato diverso rispetto a quello di chi cerca un aiuto reale. Ci sono state persone che hanno fatto cose buone per il carcere, ma purtroppo il porto lo rovina il marinaio.
La volontà di cambiamento deve partire dall’individuo, per esempio Pietro per sette/otto anni ha portato un bel movimento nel carcere, si può dire che abbia fondato il buddismo nei carceri, è stato il primo a portare un certo tipo di discorso in carcere.

Che ruolo ha avuto il buddismo nella vostra vita in carcere?
Marco: Il buddismo ci ha aiutato non solo ad andare avanti, ma ad andare avanti felici. Non è l’ambiente che fa la tua felicità ma tu che rendi l’ambiente felice. Volendo, anche in carcere si possono conoscere altre visioni della vita, devi mettere valore in ogni cosa che fai.

Come siete approdati al buddismo?
Pietro: Mia sorella pratica il buddismo da trent’anni, c’è stato un periodo quando ancora ero in carcere in cui ero distrutto, non me la passavo bene, e mia sorella vedendomi così mi ha consigliato di avvicinarmi al buddismo. All’inizio la prendevo in giro, ma dopo un po’ mi ha convinto a leggere un librettino che si chiama “Felicità in questo mondo” che spiega cos’è il buddismo, questo tipo di buddismo che pratichiamo noi che è buddismo giapponese.
Seguendo il buddismo ho risolto il mio problema, sono riuscito ad annientare la mia sofferenza con la pratica.

Ha fatto conoscere il buddismo anche ad altri detenuti?
Pietro: Ho fatto praticare mezzo carcere delle Vallette e anche altri carceri; fuori c’era un responsabile che mi teneva i contatti con l’esterno e perciò nella comunità buddista al di fuori conoscevano già la mia storia. Sono anche usciti un po’ di articoli che parlavano del fatto che avevo portato per la prima volta il buddismo in carcere.
Dopo due/tre mesi che praticavo, moltissimi detenuti mi sono venuti dietro. Ho riverniciato e fatta nuova una cella abbandonata per adibirla a tempio buddista; il direttore l’ha saputo dopo ma mi ha lasciato fare perché gli piaceva quello che stavo facendo. L’ispettore all’inizio storceva un po’ il naso ma poi si è ricreduto vedendo che la sezione andava meglio.

Altare buddista costruito da Pietro in in cella abbandona che ha adibito a tempio buddista

Io ero in una sezione particolare delle Vallette chiamata “Prometeo” che esisteva da pochi anni ed era abitata da ex tossicodipendenti malati di AIDS. Io e altri tre o quattro non sieropositivi eravamo i cosiddetti “socializzanti” della sezione incaricati di controllare che questi ragazzi non toccassero droga o litigassero: compito arduo devo dire. Con il buddismo le cose andarono ancora meglio di prima: dei ragazzi, che erano una trentina, venti hanno iniziato a praticare e nella sezione regnava la quiete e questo faceva piacere a tutti.

L’atteggiamento delle persone cambia quando sanno che siete stati in carcere? E dal punto di vista lavorativo?
Marco: Quando sei ragazzo ed esci, tu stesso hai un altro atteggiamento, più duro e cattivo, come a dire che ora conosci davvero la vita e di solito stai con le persone come te, perciò non cambia affatto il loro atteggiamento.
Il lavoro non l’abbiamo mai cercato, magari qualcosina, ma non siamo dei lavoratori, non in senso brutto, semplicemente abbiamo un’altra visione della vita. Siamo asociali in questo senso, l’ambiente lavorativo per come è costituito non fa per noi, vedo gente che ha lavorato una vita per arrivare in pensione distrutta: non penso ne valga la pena.
Non dico di essere contento della vita che ho fatto, ma è stato il mio percorso e il fatto di avere qualcuno che mi obbliga a fare qualcosa non è per me. Fin da ragazzo sono stato un anarchico, già dall’inizio della mia vita mi sono trovato in contrasto con la società per il mio modo di pensare.

 

Chiara

chiaral@vicini.to.it

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