“A volte si ha così tanta paura di morire, che ci si dimentica di vivere.”

(OMAR SY – Samuel, nel film “Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse”)

Leopardi, profeta della crisi

Leopardi, il primo dei moderni è il titolo di un libro di testo delle superiori sul poeta recanatese. Perché intitolarlo così?
Questo titolo rimanda inevitabilmente a una rottura con il passato la quale, che sia consapevole o meno nell’autore, ha reso il poeta recanatese un personaggio chiave nella presa di coscienza del trapasso storico da un’ epoca ad un’altra, da una cultura ad un’ altra. Si può dire rompa con il passato perché, dopo aver anch’egli sperimentato le tendenze del suo tempo influenzate dall’Illuminismo, entra in crisi nel suo rapporto con la realtà, soprattutto con la natura che per lui “madre è di parto e di voler matrigna” ( La ginestra o il fiore del deserto, 1836 http://www.leopardi.it/canti34.php ) e inizia l’incessante ricerca del senso delle cose e del modo per dar valore alla propria esistenza.
La grandezza di Leopardi sta anche nel fatto che non fu un poeta e pensatore dirompente solo per la propria epoca, ma continua ad esserlo in quelle successive. Come dice Mario Elisei nel suo intervento “Omaggio a Giacomo Leopardi” al Salone Internazionale del Libro, Leopardi è anche per noi “profeta della crisi”.
L’intervento di Elisei si colloca nell’ottica secondo cui l’opera leopardiana è portatrice di quesiti esistenziali che potenziano la domanda in ogni individuo che si avvicini alla sua opera: “Bisogna prendere in mano Leopardi e leggere le sue opere anche prescindendo dalla critica”. Quelle che seguono sono parole di un passo della poesia Canto notturno di un pastore errante dell’Asia http://www.leopardi.it/canti23.php:

[…]e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?[…]

Leopardi, dice Elisei, è utile non perché dice che tutto è male, ma perché ci potenzia la domanda, non ci fa dimenticare che lo scopo della nostra esistenza è trovare uno scopo. In Leopardi è forte la domanda, opzionale la risposta.
Elisei durante l’ intervento al Salone del Libro presenta il suo nuovo libro su Giacomo Leopardi Il no disperato in cui dà un’ interpretazione critica del pensiero leopardiano e offre a noi spettatori un excursus guidato dalle domande della figlia. Curiosa la scelta di spiegare con un dialogo padre-figlia un autore che di dialoghi con il padre ne ha avuti ben pochi e della madre nello Zibaldone dice:

[Essa] non solamente non compiangeva i genitori che perdevano i loro bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente, perché questi erano volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli […]” (Zibaldone, 23 novembre 1820).

Una domanda che viene fatta ad Elisei, e che forse si pone la maggior parte delle persone, è: come mai Leopardi non ha potuto godere della felicità?
La risposta che viene data è che Leopardi aveva un desiderio di felicità sconfinato, ma che probabilmente non trovò nessuno con cui mettere a tema ciò che aveva a cuore, qualcuno del suo livello, della sua sensibilità. A questo proposito è illuminante la lettera che Leopardi scrive all’amico belga Jacopssen il 23 giugno 1823 ( http://www.giovannifighera.it/lettera-a-jacopssen-del-23-giugno-1823/ ) in cui dice: Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? e se la felicità non esiste, che cos’è dunque la vita?
Sempre annoverato tra gli scrittori più pessimisti, Leopardi ha invece amato terribilmente la vita, ma un’anima troppo sensibile e con eccesso di raziocinio può essere indirizzata verso una scelta pessimistica o addirittura nichilistica e percepire la realtà come “infinita vanità del tutto” (A se stesso, 1833 http://www.leopardi.it/canti28.php ).
Leopardi credeva che nell’uomo non ci fossero idee innate”, dice Elisei, “ogni uomo secondo lui non nasce quindi con quel fascio di esigenze prime che ci permettono di distinguere ciò che è giusto, ciò che è sbagliato, ciò che è buono, ciò che e cattivo. Teorizzando l’assenza delle idee innate Leopardi arriva a dire che tutto è relativo e se tutto è relativo nulla vale la pena, tutto diventa nulla”.
A questo punto ci si può porre la domanda: perché Leopardi non è arrivato al suicidio?
Elisei risponde in un modo molto semplice; dice che la grandezza di Leopardi è un paradosso: non è coerente, per cui la sua posizione così ferocemente negativa lascia un’ultima via d’uscita che è aggrapparsi all’esistenza come tentativo di poter trovare una risposta, per questo decide di non suicidarsi.
Nelle Operette morali c’è un dialogo Dialogo di Plotino e Porfirio ( http://www.leopardi.it/operette_morali22.php ) in cui Porfirio (forse il vecchio Giacomo Leopardi) che ha deciso di togliersi la vita, dialoga con l’amico Plotino (forse il Leopardi attuale) che tenta di dissuaderlo dal fare violenza alla vita. Plotino tra le argomentazioni che adduce per spingerlo a desistere, dice che così facendo recherebbe dolore ai suoi cari. Probabilmente, come dice Elisei, questa è soltanto una scusa di Leopardi che in realtà, giustamente, non trova coraggio. Nel dialogo comunque questa argomentazione si rivela vincente e Porfirio non si suicida; questo è infatti il periodo in cui si ha un cambiamento ulteriore nel pensiero dell’autore che si sta volgendo verso la “social catena” della Ginestra: l’idea di un aiuto reciproco tra gli uomini per fronteggiare il nemico comune: la natura.

Elisei termina il suo intervento riportando le parole di quello che è stato forse il più grande critico di Leopardi: De Sanctis, il quale nel saggio Shopenhauer e Leopardi dice:

Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù e te ne accende in petto un desiderio inesausto […] E’ scettico, e ti fa credente… Aggiungi che la profonda tristezza con la quale Leopardi spiega la vita, non ti ci fa acquietare, e desideri e cerchi il conforto di un’altra spiegazione”.

Leopardi non permette a nessuno di stare tranquillo a godere della propria bendata sicurezza, è molto attuale proprio per questo; ora che si è persi in un mare di confusione tale che ormai nessuno si fa nemmeno più domande, o almeno sono in pochi a farsele, la lettura di Leopardi è come se desse uno schiaffo per tornare a porsi quesiti e dunque a vivere.

Elisei mostra l’autografo dell’Infinito a grandezza naturale

Ricorrendo i duecento anni dalla scrittura dell’ “Infinito”, riportiamo l’idillio leopardiano per osservare come anche in quella che sembra l’unica poesia di Leopardi in cui sono assenti turbamenti, vi è in sordina lo stimolo del poeta a superare i propri limiti (rappresentati dalla siepe) perché solo in questo modo si ha l’occasione di immaginare l’infinito:

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

 

Chiara

chiaral@vicini.to.it

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