“A volte si ha così tanta paura di morire, che ci si dimentica di vivere.”

(OMAR SY – Samuel, nel film “Famiglia all’improvviso – Istruzioni non incluse”)

Un’altra vita – Mug, di Malgorzata Szumowska

Jacek ama il ballo, la musica metal. E Dagmara, la sua ragazza, che vorrebbe sposare. A causa di un incidente di lavoro i suoi progetti vanno a sbattere, proprio come accade a lui in una caduta dagli esiti devastanti per il suo viso.
Porrà parziale rimedio un trapianto, il primo in Polonia: ma anche se l’intervento farà del giovane per breve tempo una star, niente sarà più come prima.
Il film Un’altra vita ha nell’originale il titolo perfetto: “Twarz”, che in polacco significa, appunto, “faccia”. Quel volto nuovo che Jacek accetta, ridendoci persino su, non perdendosi d’animo e atteggiandosi a duro in una serie di pose buffe davanti allo specchio.
Ma quello stesso volto sconvolge la comunità rurale polacca nativa, in realtà nel profondo poco accogliente: dalla madre che non riconosce più quel figlio, ai bambini che lo sbeffeggiano. Fino a Dagmar che non riesce a reggere la disarmonia delle fattezze nuove.

Questo film interessante, Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Berlino 2018, mostra le contraddizioni di un Paese in bilico tra passato e presente. Il passato è un cristianesimo rigido e ottuso, come rivelano le domande morbose del sacerdote nel confessionale o il tentativo di esorcismo di Jarec, frutto “dello scetticismo tipico dei polacchi nei confronti dei trapianti, considerati in disaccordo con la religione”, – ha dichiarato in un’intervista recente la Szumowska – quasi che l’intervento da lui subito portasse i segni blasfemi del rifiuto da  parte dell’uomo del proprio destino e della volontà di Dio.

Il presente ha l’aspetto grottesco della gara dei compratori seminudi per accaparrarsi il televisore nel saldo natalizio del grande magazzino; ha l’ambizione di una sfida da vincere con il Cristo Redentore del Corcovado, a Rio de Janeiro, erigendo in Polonia – dove in effetti è stato realizzata nel 2010, nella città di Swiebodzin – una statua in grado di superare l’altezza della costruzione brasiliana, grazie allo sforzo economico immane dei fedeli.

Lo spaccato della sua terra offerto dalla regista Szumowska, una delle figure di punta del cinema polacco ed europeo, è pieno di affetto, come si evince dalla cura nelle riprese dei paesaggi, ma critico nei confronti del bigottismo ipocrita dei connazionali, che sfocia nell’assurdo. Come quella testa del Redentore mostrata nel finale: guarda di lato, nei fatti incapace dell’abbraccio aperto e compassionevole verso la comunità dei credenti.

Con Mateusz Kosciukiewicz, Agnieszka Podsiadlik, Malgorzata Gorol, Anna Tomaszewska, Dariusz Chojnacki.

Voto: 8/10

In questi giorni nelle sale torinesi.
Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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