C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

C’era una volta a… Hollywood, di Quentin Tarantino

Ennesima dichiarazione d’amore nei confronti del cinema da parte di Tarantino, questo C’era una volta a… Hollywood racconta il legame professionale e umano tra un attore di pellicole western al tramonto, Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), nello scenario della Los Angeles degli anni ‘60. Mentre Dalton scopre che nella casa a fianco alla sua sulle colline di Bel-Air si sono appena trasferiti il regista Roman Polański, e la moglie, l’attrice Sharon Tate (Margot Robbie), il suo agente (Al Pacino) gli propone di andare per qualche mese in Italia ad interpretare degli “spaghetti western”. Il rientro in Usa avviene l’8 agosto 1969: quella notte accadrà un evento criminoso che resterà impresso indelebilmente nella storia del cinema e della società americana, l’assassinio di Sharon Tate e di altre quattro persone ad opera di alcuni seguaci di Charles Manson.
Nella pellicola – che per questo risente di qualche lungaggine di troppo – Tarantino mescola verità e verosimiglianza di tutto il cinema che predilige: quello dei vecchi western di serie B e dei polizieschi, quello di Bruce Lee e Steve McQueen. Inoltre celebra molti dei suoi miti: la musica e la cultura anni ’60, la scintillante Los Angeles con i locali, le insegne multicolori e gli studios di Hollywood, scrupolosamente ricostruiti perché il regista rifiuta l’uso della computer grafica. E ha messo in mostra preziosi cimeli personali, come i manifesti originali dei film, da quelli di Tora Tora Tora! (1970) diretto da Richard Fleischer, all’ insegna del Romeo & Giulietta (1968) di Franco Zeffirelli, tratti dalla sua ricca collezione.
Immancabili anche le citazioni da film, dai frammenti de La Grande Fuga (1963) di Jim Sturges o de La signora del cemento (1968), fino alla sequenza in cui Margot Robbie va a vedere al cinema il film che interpretò davvero Sharon Tate con Dean Martin, Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm: un omaggio alla grazia di un’attrice promettente, il rimpianto per ciò che poteva essere di lei e non è stato.
Tarantino e il pulp. La cifra stilistica dell’artista, quella di una violenza tanto eccessiva da diventare comica e quindi liberatoria, non poteva mancare, e si manifesta nella sequenza dell’eccidio finale, accompagnata dall’accusa all’ipocrisia del cinema hollywoodiano che «insegna a uccidere fin da bambini». Finale per il quale, come peraltro si era già verificato per Bastardi senza gloria, Quentin Tarantino reinventa la Storia. Perché nella Hollywood che “C’era una volta”,  non poteva trovar spazio l’atrocità immensa e inspiegabile che invece fu compiuta.
Il film deve la sua riuscita anche alle interpretazioni dei protagonisti: la Sharon Tate di Margot Robbie ha il giusto mix di candore e solarità; Dicaprio è intenso e convincente nel ruolo della star in declino. Ma è Brad Pitt che ha il merito di rendere Cliff Booth, stuntman e amico vero, il personaggio più sfaccettato, interessante e profondo, segno di una maturità raggiunta, anche a livello personale. Come quando – in una recente intervista – è partito dal film per parlare dell’America di ieri e di oggi: «Charles Manson infranse il sogno di pace e libero amore, espose il lato oscuro dell’umanità. È stato allora che abbiamo cominciato a chiuderci a chiave in casa, a tirar su recinzioni. L’omicidio di Sharon Tate ha aperto la porta a un Paese spaccato in due. E, oggi, l’America è divisa un’altra volta».

Con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino
In questi giorni nelle sale torinesi
Voto: 8/10

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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