C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

Gruppo di famiglia in interni.

La sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia – che raccoglie film rappresentativi di nuove tendenze estetiche ed espressive  – ogni anno regala opere che catturano la mente e il cuore degli spettatori, sfidando la competizione maggiore. È accaduto, nei primi giorni, con Madre, del regista spagnolo Rodrigo Sorogoyen e soprattutto del tunisino Bik eneich – Un fils, di Mehdi M. Barsaoui, da non mancare entrambi se approderanno alle sale torinesi (ed è davvero auspicabile!).

Si tratta di due storie che vedono al centro dell’azione i membri di famiglie più o meno disfunzionali,  colte in momenti di grande tensione emotiva, che hanno ricadute  sulla vita degli adulti e nella relazione genitori- figli.


Nel primo film una madre non riesce a trovar pace dopo la scomparsa, in circostanze misteriose mentre era in vacanza con il padre da cui era separata, del figlioletto. Dieci anni dopo la donna incrocia un ragazzo che glielo ricorda e sente un’irresistibile attrazione, fatta di bisogno di conoscerlo, di esercitare la propria seduzione affettiva su di lui, di usarlo per riempire il proprio vuoto.
Nel secondo film, una coppia di tunisini borghesi in vacanza col figlio nel sud del Paese viene coinvolta in un attentato. Il bambino viene ferito e per salvarsi dovrà ricevere un trapianto di fegato: quest’imprevisto porterà a galla un segreto inconfessato che innescherà nel gruppo familiare conseguenze impensabili.

A partire da vicende quotidiane, entrambi i film rivelano profondità e respiro universale: il film spagnolo interroga lo spettatore sulla propria capacità di accettare il dolore  e di  trovare dentro di sé la forza del perdono; la storia tunisina scuote le nostre coscienze in merito al valore etico della verità, apre uno squarcio sulla realtà terribile della Libia e dei suoi campi di prigionia,  pone il tema della genitorialità affettiva contrapposta a quella biologica.

Se film di altre latitudini riescono a toccare profondamente il pubblico presente a Venezia, resta da chiedersi perché la regista Francesca Archibugi con Vivere (Fuori concorso) abbia così platealmente mancato l’ ennesimo affresco della famiglia italiana oggi. O meglio sarebbe dire romana, dato che la vicenda del film intreccia politica e malaffare tipici della nostra capitale. I personaggi hanno comportamenti estremi, ma sono privi di spessore: un padre adultero seriale compulsivo, un ex suocero potente e bacchettone che muore tra le braccia di un viado, un adolescente un po’ fetente, un po’ cocainomane e un po’ buono, una ragazza irlandese au pair, all’apparenza religiosa ma priva di freni inibitori risultano macchiette. In questo marasma, sono  scomodati i massimi sistemi: politica, fede, coerenza morale, responsabilità familiari, senza che se ne venga a capo. E nessuno che pensi a liberare la pur brava Micaela Ramazzotti dalla gabbia del ruolo di madre svampita coatta romana, ormai davvero insopportabile.

Madre, di Rodrigo Sorogoyen
con Marta Nieto, Jules Porier, Àlex Brendemühl, Anne Consigny, Frédéric Pierrot, Guillaume Arnault

Bik eneich – Un fils, di Mehdi M. Barsaoui
con Sami Bouajila, Najla Ben Abdallah, Youssef Khemiri, Noomene Hamda, Slah Msaddek, Med Ali Ben Jemaa

Vivere – di Francesca Archibugi con Micaela Ramazzotti, Adriano Giannini, Massimo Ghini, Marcello Fonte, Andrea Calligari, Enrico Montesano.

 

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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