Se giudichi le persone, non hai il tempo di amarle.
(Madre Teresa di Calcutta)

L’ufficiale e la spia (J’accuse)

Regia di Roman Polanski. Un film con Emmanuelle Seigner, Jean Dujardin, Louis
Garrel, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud.

L’onda del #MeToo arriva al lido di Venezia. L’ufficiale e la spia è accolto alla 76 ^ Mostra del Cinema  dalle polemiche innescate dalla presidente della giuria, la regista argentina Lucrecia Martel, che ha dichiarato che non avrebbe applaudito il regista condannato per lo stupro di una minorenne.
In quest’atmosfera l’ultima opera di Polansky in concorso sarà giudicata con il distacco sereno con cui ci inchiniamo, ad esempio, all’arte dell’omicida Caravaggio? Ah, saperlo. Intanto il film  ha raccolto consensi unanimi di pubblico e di critica.

Tratto dal romanzo L’ufficiale e la spia (The Dreyfus Affair), di Robert Harris, con cui Roman Polanski ha scritto la sceneggiatura, il film ripercorre la nota vicenda di Alfred Dreyfuss, ufficiale ebreo accusato nel 1895 di essere una spia dei tedeschi, quindi degradato e inviato al confino nella Guyana francese. Ad assistere al processo c’era il colonnello Georges Picquart, il quale, diventato successivamente responsabile dell’unità di controspionaggio che aveva incriminato Dreyfuss, smaschera manovre losche e coperture del vero traditore, portando a galla il misto di corruzione, antisemitismo, immoralità da parte  dell’esercito e della politica.

Il film è costruito su un impianto robusto: Jean Dujardin e Louis Garrel nel ruolo dei protagonisti sono molto convincenti e la ricostruzione del contesto storico è impeccabile; il  regista premio Oscar per Il pianista conduce la narrazione, soprattutto nella seconda parte,  al ritmo del thriller.

L’apprezzamento generale al film dipende dal fatto che, pur ambientato nella Francia della Belle Époque, parla di noi: dell’intolleranza dei nuovi sovranisti europei, che tuonano contro l’imbastardimento dei valori e dei popoli; di una stampa prona o disinformata; di un antisemitismo subdolo e crescente. Inoltre quando Dujardin accusa gli Alti Comandi dichiarando “Questo non è il mio esercito”, sembra riferirsi a tutti i contesti nei quali oggi più che mai si assiste allo sfilacciamento e la perdita dei valori morali.

Ovvio che si possa anche leggere in filigrana il riferimento alla condanna senza appello per lo scandalo sessuale che lo ha visto protagonista e che Polansky ha patito in questi anni su di sé. Pertanto l’ ottantaseienne regista polacco segnala la doppia morale di molti sepolcri imbiancati, come gli Alti ufficiali dell’esercito, giudici severi di Dreyfuss: non a caso vengono tutti quanti inquadrati nel film con la fede coniugale all’anulare, suggerendone l’immagine di integerrimi padri di famiglia, anche se il loro comportamento professionale e umano  è abietto e condannabile.

 

Anna Scotton

annas@vicini.to.it

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