Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta d’ombra e di luce.
(Lev Tolstoj)

Venezia 76: sguardi al femminile.

Se quest’anno si è lamentata la scarsa presenza di donne dietro la macchina da presa, ( e quelle poche sono rimaste a bocca asciutta rispetto ai premi maggiori) le opere alcune di esse hanno però lasciato il segno, e sono da non perdere quando arriveranno nelle sale torinesi. È il caso dei film delle due registe in gara nella competizione maggiore (Venezia 76): una è Haifaa al-Mansour, la prima cineasta donna dell’Arabia Saudita, che ha portato in concorso The Perfect Candidate, la vicenda drammatica di una dottoressa candidata alle elezioni del consiglio comunale del suo paese, a misurarsi con una comunità contraria all’ emancipazione femminile. “Il cinema è uno strumento per il cambiamento”, ha sottolineato l’autrice del già apprezzato La bicicletta verde, ribadendo il ruolo della settima arte nella lotta a conservatorismo e stereotipi di genere, e non solo in Medio Oriente.


Altro film in gara per i premi maggiori, Babyteeth (“Denti da latte”): l’opera prima dell’ australiana Shannon Murphy affronta senza retorica il tema della malattia terminale di un’adolescente. La studentessa Milla incontra casualmente un giovane disadattato, Moses, e ne resta affascinata in quanto l’esuberanza del ragazzo è il segno della vitalità che lei sta perdendo. I passaggi struggenti si alternano a quelli ironici, per cui quello che poteva essere un dramma convenzionale, anche grazie alla caratterizzazione delle figure dei genitori di Milla, diventa un racconto sincero sulla bellezza imperfetta dei rapporti familiari.


Della sezione Orizzonti meritano una segnalazione Revenir (“Ritornare”), della regista francese Jessica Palud e Hava, Maryam, Ayesha della cineasta afghana Sahraa Karimi.
Nel primo, un giovane traferitosi in Canada per lavoro deve rientrare in Francia, richiamato dalle gravi condizioni di salute della madre. Come molte dinamiche familiari insegnano,  per il protagonista torneranno a sanguinare vecchie cicatrici emotive, anche se riuscirà ad intravedere possibilità di relazioni nuove e profonde.

Nel secondo film, infine,  tre donne afgane di diversa età ed estrazione sociale, residenti a Kabul, affrontano la sfida che la gravidanza ha posto ai loro destini condizionati dalla volontà maschile in una società ancora fortemente patriarcale.
In tutti i film segnalati lo sguardo femminile si caratterizza per la capacità di descrivere le relazioni affettive con verità e pudore, più per sottrazione che per esibizione. Insomma: che siano portatrici di una diversa sensibilità estetica o che esprimano valori e posizioni ideologiche di rottura, “Dobbiamo coltivare le voci delle donne». (Haifaa al-Mansour)

Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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