C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

Rom: il popolo degli invisibili?

Cosa sappiamo dei rom? Vivono di fianco a noi, portano i bambini nella stessa scuola dove portiamo i nostri, li incontriamo per strada, ma gran parte delle volte che li si nomina, nel discorso confluiscono luoghi comuni e stereotipi dei quali, fondati o no, sarebbe quanto meno necessario verificare la natura.
Per questo motivo abbiamo parlato con persone che conoscono bene il tema dei rom, come Carla Osella, presidentessa dell’A.I.Z.O. (Associazione Italiana Zingari Oggi), così da poter ottenere delucidazioni sulla situazione dei nostri vicini di casa.

Secondo quanto ci ha detto una persona con cui abbiamo parlato che ha lavorato nell’ambito dell’assistenza scolastica ai bambini rom per un’Amministrazione Pubblica, iniziamo con il dire che di zingari ce ne sono più di un’etnia: qui a Torino ci sono soprattutto rom rumeni, slavi e sinti, cioè i “nostri” zingari, rom di origine italiana, addirittura piemontese. La persona in questione ci ha spiegato che questa diversificazione porta a problemi tra le diverse etnie come quelli avvenuti nel campo di Germagnano: Non appena qualcuno dei rom che abitava nel campo si allontanava, ci dicono, i rom rumeni entravano nel campo espropriandoli delle loro abitazioni così che, vedendosi buttati fuori da casa propria, molti di loro sono dovuti andare a vivere coi camper per strada.
Questo è solo una dei tanti motivi per cui le strade di Torino sono la casa di molti rom, continua a spiegarci, tanti provengono da Roma perché successivamente alle proteste accompagnate da minacce e insulti razziali che ci sono state nella capitale, molti di loro hanno preferito spostarsi.

Spesso si sentono lamentele sui camper di rom stanziati sulla strada e ci si può chiedere: esiste qualche legge che regoli la loro possibilità di abitare sul ciglio della strada?
La polizia, ci ha spiegato, non può fare niente nel caso che i loro camper siano regolarmente parcheggiati. Potrebbero intervenire solo se campeggiassero; nel momento in cui scendono e mettono le proprie cose vicino al camper o utilizzano i parchi per fare i loro bisogni, potrebbero essere sanzionati, ma non è così che si risolve il problema: se non hanno nessun posto dove andare possono anche mettere in moto e andare da qualche altra parte ma si sposta solo il problema e non è detto che non si ripresenti. Bisogna rendersi conto anche che la vita nei camper non è semplice: ci vivono anche in sette o otto, spesso senza acqua o altri confort di primaria necessità così che sono costretti a lavarsi nelle fontane dei parchi e fare i bisogni per strada. Questa scarsa igiene influisce anche sulla frequenza scolastica dei bambini: fareste andare vostro figlio a scuola senza che si faccia una doccia da giorni e avendo gli abiti lerci sottoponendolo così allo sbeffeggio dei compagni?

Ma cerchiamo di capire come mai i rom si vedano costretti a vivere sul ciglio della strada; non esistono dei campi nomadi anche a Torino?

Carla Osella ci spiega: la Città di Torino ha ancora quattro campi attrezzati e autorizzati per i rom. Due sono per l’etnia dei sinti: uno in via Lega verso Barriera di Milano e uno in corso Unione Sovietica; gli altri due sono prevalentemente popolati da rom di etnia slava: uno in strada dell’Aeroporto e uno in via Germagnano. Questi due campi, soprattutto quello di via Germagnano, sono in via di smantellamento. Questo perché l’Unione Europea secondo il “Progetto di superamento dei campi nomadi” vorrebbe che si chiudessero tutte le aree di sosta in Italia entro il 2020. Ufficialmente il comune di Torino ha annunciato che chiuderà il campo di via Germagnano dove al momento vi sono ancora 9 famiglie.

Ma dove andranno i rom?

Il Comune di Torino, continua Carla Osella, ha detto non in via ufficiale, di voler offrire alle famiglie per un anno € 300 al mese e aiutarle a trovare un appartamento. Alcuni rom invece hanno partecipato al bando per avere le case popolari e, se otterranno un buon punteggio, potranno avere la casa, la data però rimane ignota. Molti di loro se ne sono già andati, se riescono a sistemarsi senza passare dal comune, ci spiegano, lo fanno volentieri.
Il campo di strada Aeroporto non si era mai detto che sarebbe stato chiuso ma a quanto pare subirà la stessa sorte del campo di via Germagnano solo che non si sa ancora quando. All’interno di questo campo ci sono una trentina di famiglie e molte di queste hanno già fatto domanda per le case popolari. Il Comune di Torino aveva ricevuto parecchi soldi per le periferie, aveva perciò proposto quarantaquattro progetti ma nessuno di questi progetti prendeva in considerazione i rom nonostante la situazione critica.

Il problema del progetto non è dunque che i campi debbano essere chiusi, si può essere d’accordo o meno con questa delibera, ma che, e qui dovremmo convenire tutti, non ci sia nessun piano B che attenda le persone una volta “sfrattate”. Quando i campi saranno chiusi molti di coloro che ci abitavano andranno a vivere nei camper per strada, e lì subentrano altri problemi.

Ci si può chiedere anche come mai rom che vivono nella nostra città da generazioni siano considerati un gruppo sociale a sé e siano relegati ai margini della società. E’ la loro cultura che li porta a questo isolamento o è piuttosto la nostra a tenerli a “distanza di sicurezza”?

La persona che ha lavorato nell’assistenza scolastica ci dice: Penso che sia dovuto più che altro alla nostra diffidenza nei loro confronti: chi assumerebbe una donna rom come badante?
I rom si trovano a vivere emarginati in tutti gli ambiti, anche riguardo al lavoro; molti provano a cercare lavoro ma non riuscendoci si danno a impieghi come la raccolta del ferro e quando non riescono in altro modo si aggiustano rubando.

Uno dei modi più utili per superare queste barriere è sicuramente la scolarizzazione ma qual è la situazione scolastica dei bambini rom?
Per una loro questione culturale, continua a spiegarci la persona in questione, i rom sono molto attaccati ai bambini e già poterli mandare alla scuola materna è quasi impossibile perché appena il bambino fa il primo pianto la mamma non lo porta più all’asilo. La scuola elementare è quella più frequentata; quando si parla poi di passare alle scuole medie, la maggior parte delle volte smettono di frequentare. I maschi perché possono essere più utili aiutando il padre nei lavori, le femmine perché possano aiutare la madre badando ai fratellini più piccoli. Hanno una terribile paura che i loro figli si relazionino con chi non è rom, ci spiegano, soprattutto non vogliono che le loro ragazze abbiano rapporti con i gagé (così chiamano coloro che non appartengono alla dimensione romanì); per la loro cultura si sposano tutti tra di loro e le ragazze sono date in moglie anche molto giovani, verso i 14-15 anni.

Qualcuno può dire che sia la loro cultura dunque a impedirgli di inserirsi nella società del paese in cui vivono, altri possono ribattere che non trovano certo un terreno agevole in cui muoversi per farsi accettare e che questo li porta a chiudersi e avere atteggiamento ostile. La verità, come in molti casi, sta nel mezzo, ne’l’una ne’l’altra parte è esente da critiche. Rendersene conto però è il primo passo per cercare di ridurre questa distanza

Noi sappiamo che per la legge italiana la scuola è obbligatoria fino ai sedici anni, come si comporta la scuola nel momento in cui i bambini rom smettano di frequentare prima del termine stabilito?

In caso smettano di frequentare la scuola nel periodo ancora obbligatorio, continua a spiegarci la persona intervistata, i dirigenti scolastici segnalano la loro assenza alla polizia municipale che fa i controlli; spesso però viene detto che i bambini non vanno a scuola perché sono andati per esempio in Romania o perché stanno male, e molte volte sono scuse. I controlli ci sono, vengono fatte anche delle sanzioni ma questo solo fino alla quinta elementare, dopodiché non sono nemmeno più sanzionabili. Ci hanno detto invece che per quanto riguarda le superiori quasi nessuno va avanti, i pochi che sono andati avanti con gli studi (alcuni hanno preso anche una laurea) sono rom che hanno deciso di non vivere più nei campi; finché vivi in questi campi che sono ghetti, se studi e non vivi esattamente come gli altri, diventi quello strano e ciò ti porta a tornare sui tuoi passi. Sicuramente l’obiettivo dei servizi educativi della Città di Torino è quello di portarli oltre la terza media,  la città ad esempio da molti anni ha istituito un servizio di scuolabus che porta i bambini dal campo di strada Aeroporto a scuola e viceversa; un tempo esisteva anche per via Germagnano ma dato che è molto più vicino alle scuole, il servizio è stato abolito.

La persona con cui abbiamo parlato fa un’ultima riflessione: Noi identifichiamo i rom con la figura di persone nomadi che si spostano di luogo in luogo con i loro camper ma rom nomadi non esistono più, ormai sono tutti stanziali. Sono qui da generazioni ma non per questo sono integrati nella società: ad esempio molti che arrivano dalla guerra dell’ex Jugoslavia e hanno perso i documenti si sono stanziati nei campi, hanno radicato la loro vita e la loro famiglie qui e ancora ora, a distanza di decenni, nessuno dei loro figli e dei loro nipoti ha la cittadinanza. Sono il popolo degli invisibili.

 

Chiara

chiaral@vicini.to.it

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