C’è chi crede che tutto gli sia dovuto, ma non è dovuto niente a nessuno.

Le cose si conquistano con dolcezza ed umiltà.
(Madre Teresa di Calcutta)

La belle époque, di Nicolas Bedos

Ennesima declinazione del modo in cui si manifesta e può essere affrontata una crisi coniugale, La belle époque (presentato in anteprima dall’Aiace a Torino lo scorso 30 ottobre) racconta una coppia che sta insieme da più di quarant’anni: Victor è un disegnatore appena stato licenziato, nemico giurato della contemporaneità e del digitale; al contrario Marianne, la moglie, devota del progresso tecnologico, è una brillante psicanalista che con il figlio ha ideato il business delle consulenze on-line. Ormai così diversi, non possono che allontanarsi, in maniera profonda e – forse – definitiva: Victor, però, scopre che c’è un’ agenzia di ricostruzioni storiche, la Time Traveller, che realizza accurate messe in scena di periodi della vita ai quali i committenti vogliono tornare: un’affascinante macchina del tempo per rivivere un passato intriso di nostalgia e rimpianto. L’uomo ordina che sia allestito il set in cui il 16 maggio 1974, a Lione, nel caffè “La belle époque”, avvenne il suo primo incontro con Marianne, da cui rimase folgorato. Riusciranno i protagonisti attraverso quest’escamotage a ritrovare la felicità perduta e se stessi?

La Belle époque  è innanzi tutto un film sul cinema – non a caso è interpretato da due icone francesi, come Fanny Ardant e Daniel Auteuil –  sulla sua facoltà di farci viaggiare nel tempo e nelle emozioni, di trovare ciascuno il proprio nirvana, appagamento e luce interiore. Inoltre suggerisce una visione idealizzata degli anni ’70, quelli tumultuosi del libero amore, della spinta creativa, della trasgressione, e in cui gli ideali politici erano definiti e limpidi. Ma è soprattutto la rappresentazione della nostalgia della propria giovinezza, di quello che siamo stati, che non possiamo più essere e che il ricordo, con generosità benevola, finisce quasi sempre coll’edulcorare.

Il film di Nicolas Bedos, artista poliedrico, regista, interprete, sceneggiatore, autore delle musiche, è un invito, infine, a riflettere sulla maturità intesa come capacità di affrontare l’evoluzione dei sentimenti e dell’altro: entrambi i protagonisti non riconoscono il partner nella sua crescita, perché aggrappati in maniera adolescenziale al ricordo cristallizzato del tempo ideale del primo incontro. E, da questa suggestione, il pensiero dello spettatore contemporaneo non può non correre ad altre esperienze, tratte dall’arte, ma anche dalla politica, soprattutto della storia italiana recente, che si consumano nell’ardore del debutto, e a cui ben si attaglia la dichiarazione dell’attrice Margot: “Non si vive solo di inizi”.

con Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi

Nelle sale torinesi dal 7 novembre.
Voto: 7/10
Anna Scotton
annas@vicini.to.it

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