“Lavora quando puoi e riposa quando devi”
Lailah Gifty Akita

“Corpi contundenti” di Donatella Garnero

Vincitore del 3° Premio del Concorso Letterario “Vicini racconta la famiglia”, qui viene pubblicato integralmente.

“Era un giorno qualsiasi quello in cui Francesco vide la luce. Il mondo non si fermò, seguitando il suo viaggio. Solo la vita di Elisa cambiò.

Prima lui era nella sua carne. Dopo era fuori.

Il naso camuso ricordava quello di un guerriero Etiope. E quegli occhi, spalancati, che ti scrutavano, come se sapessero già tutti i segreti dell’esistenza umana.

Francesco succhiava, avidamente, ogni cosa. Il dito di Elisa. Il capezzolo di Elisa. Tirava con vigore, quasi volesse aspirare l’energia della madre. Ed era proprio così che lei si sentiva: come se una forza misteriosa la risucchiasse via.

Paolo non desiderava quel figlio. Pensava che non avrebbero più potuto essere una coppia. Voleva stare con lei. Loro due soli. Nella pace della loro casa. Niente chiasso di bambini. Nessuno che piange e ti interrompe mentre fai l’amore. Diceva che i bambini sono come i cani: ti scodinzolano dietro, sbavano e, quando sono piccoli, ti stanno addosso fedelmente, con la paura che tu scappi via e li abbandoni.

Elisa era felice? Non lo sapeva.

Aveva un masso nel cuore. Guardava quell’esserino con ansia e distacco. Voleva sentire suo figlio ancora dentro di sé e andare con lui in un posto lontano. Invece Francesco era fuori. Reclamava la vita. Per questo lei non poteva fermarsi, nascondersi o abbandonare il campo. Le veniva chiesto di fare la madre.

Ad Elisa tutto questo faceva paura. Il pediatra le faceva paura, con le sue domande, il suo sguardo severo, incapace di accogliere il suo disagio, anche solo con una parola gentile.

Pensava: “Non si fida di me; non mi crede una brava madre”.

Voleva fuggire via. Invece restava lì. Inchiodata a quello sguardo. Come durante gli esami all’Università. Non si sentiva mai preparata. Studiava fino ad un attimo prima di udire pronunciare il suo nome. E poi entrava nell’aula. Ed era come andare al patibolo.

Francesco puntualmente iniziava a piangere. Era sintonizzato sull’inquietudine della madre.

“Zitto, per favore. Ti prego non piangere. Perché non smetti?” pensava Elisa.

Si agitava, finché le veniva in mente il rimedio e l’ansia lasciava spazio al sollievo: “Ok. Ti do la tetta. Così ti calmi. Ciucci e poi ti addormenti. E io sto tranquilla. E la gente smette di guardarci, qui nello studio del dottore”.

“Dorme abbastanza? Ha fame? Sarà cresciuto? Avrà la febbre?”. Le giornate di Elisa ruotavano intorno a queste domande ricorrenti. E si affannava, cercando nei libri le “ricette”, per far crescere bene un figlio.

Elisa si era dimenticata del padre. Chi era se non colui che le aveva donato il seme per procreare? Uno sconosciuto. Un viso che vedeva tutti i giorni, ma che non osservava né riconosceva più.

Paolo rivoleva quelle attenzioni che gli erano state sottratte dal figlio e che gli spettavano di diritto, in base all’ideale di famiglia che aveva in testa.

Quel moccioso gli aveva rubato la moglie e il suo ruolo di re della casa.

Però amava Francesco. Dio se lo amava. Si prendeva cura di lui. E ci giocava. E ci si dedicava. Adorava vedere i progressi del figlio. Si sentiva un buon padre.

Secondo il suo sapere egocentrico e astratto, era Elisa il problema. Elisa non lo capiva. Paolo non aveva mai smesso di desiderare il suo corpo, ma lei si dava senza voglia.

E allora la colpiva. La feriva. Le diceva:”Sei un bel pezzo di legno”.

L’amore a volte può trasformarsi in odio.

Paolo sempre più spesso tornava a casa gonfio di rabbia. Si guardava intorno, con la spasmodica preoccupazione di scorgere una cosa fuori posto: una macchia sul pavimento, un pezzo di formaggio ammuffito nel frigo. E allora urlava. Sgridava Elisa facendola sentire una donnina inutile. Ma non era per la macchia o il formaggio. L’ira di Paolo aveva a che fare con loro due.

Erano due creature, ma parevano due imbarcazioni perse nel mare. Ognuno navigava secondo la sua rotta solitaria. Poi si scorgevano. Si scrutavano da lontano, e pian piano si muovevano uno verso l’altra, sempre più vicini.

Nessuno dei due riusciva a cambiare la direzione del proprio pensiero. Così procedevano reiterando uno schema consueto.

Parevano due navi guidate da un comandante invisibile, che li portava in modo inevitabile in rotta di collisione.

Francesco cresceva. Era un bravo bambino. Sempre in stato di allerta. Vigilava sulla rotta delle navi e, ogni volta, si prodigava per evitare lo scontro.

Non ci riusciva. Allora si nascondeva, con le mani sulle orecchie per non sentire le grida e le parole, il pianto di sua madre.

La notte si infilava nel loro letto, in mezzo a quei due corpi contundenti, fallacemente indifesi, ma capaci di divenire due armi taglienti e di produrre lacerazioni nell’anima.”

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