“La suprema felicità della vita vita è essere amati per quello che si è o, meglio, di essere amati a dispetto di quello che si è.”

Victor Hugo

“Istantanea di famiglia” di Clara Papalia

Vincitore del 1° Premio del Concorso Letterario “Vicini racconta la famiglia”,  qui è pubblicato integralmente.

“Torino, periferia industriale nord, inizio anni ’60. La bambina e il padre stanno aspettando il tram numero 19. Il freddo è pungente e le ginocchia che sporgono dal cappottino blu sono paonazze, ma la mano grande che stringe quella piccola è calda, benché ruvida, da operaio. La piccola pensa che ogni cosa ha colore, odore, sapore: ad esempio, la festa per la Befana nella fabbrica dove lavora il padre e dove stanno andando è rosa come il vestito della bambola che riceverà in dono. Ed avrà profumo e gusto dello zucchero filato distribuito ai bambini.

Il padre è allegro ed anche molto elegante, con il cappotto beige spigato chiaro; emana un buon odore di brillantina: ne ha sulle tempie una traccia leggera. La bambina sa che prima o poi lo sposerà, ma cercherà di non diventare grassa, sciupata e depressa come sua madre, che tra l’altro lo fa innervosire ad ogni cosa che dice. Anche stamattina, perchè mai ha chiesto di andare con loro? Stesse a casa a preparare il pranzo piuttosto. Lasagne al forno. La domenica mattina ha il loro profumo.

Il tram arriva, sagoma verde scuro, serpente che stride, odore ferrigno che muove nelle viscere della bambina una nausea ondeggiante. Salgono e lei pensa che è come una nave con due comandanti: il primo è il misterioso sovrano della guida, esige un rispetto muto, infatti “E’ vietato parlare al manovratore”.

Anche l’altro comandante è silenzioso, muove sicuro le leve che regolano salite e discese dei passeggeri, mentre stacca il biglietto, un rettangolo giallo, volatile, che il padre infila tra il dito e la fede coniugale per conservarlo. Le monete tintinnano sul fondo della bisaccia logora e il bigliettaio rovista alla ricerca del resto, che consegna  senza un cenno o un sorriso.

La piccola è fiera che il suo viaggio non costi nulla, ancora non arriva alla sbarra fredda e metallica su cui si misura ad ogni salita. Seduta sulle ginocchia del padre ora può dedicarsi all’attività che preferisce: l’osservazione delle persone. “Questa bambina non ti toglie gli occhi di dosso!”. Il richiamo della sconosciuta le era valso tempo prima una sgridata della madre. Ma per ogni persona si può immaginare una storia, a partire dal suo aspetto. Sul tram, a farci caso, la signora dal volto rugoso ha i capelli tinti di giallo e profuma di cipria perchè vorrebbe sembrare più giovane, anche se non ci riesce. L’uomo che legge il quotidiano in piedi, tenendo l’equilibrio a fatica, ha i polsini della camicia che sporgono sudici e logori, l’abito è spiegazzato: certo non c’è nessuna donna a casa che si occupi di lui. La ragazza di fronte è carina e arrossisce quando incontra lo sguardo dello spilungone appeso in fondo. Si capisce che si piacciono e prima o poi riusciranno a parlarsi.

“Si ricorda che la bestemmia è reato”. La nave ha regole che non devono essere infrante, pena sanzioni certo terribili: il padre dovrà cercare di non imprecare come fa quando discute con la madre a cena, sbattendo forte sul tavolo il bicchiere dal fondo viola di vino.

L’uomo guarda verso la strada, è  teso. La bambina domanda se devono scendere. “Non ancora”. Piazza Statuto, monumento al Frejus, uomini aggrappati alle rocce nere, maschere di fatica e dolore. Sale molta gente. Una donna minuta, carina, capelli biondi e occhi azzurri, fa il biglietto, si avvicina. Il padre si alza, fa scivolare la figlia al suo posto, sorride alla donna, iniziano a parlare. Come, si conoscono? La bambina è sorpresa, così in basso non riesce a vedere oltre il cappotto beige del padre e quello scozzese della donna. Il profumo di brillantina di lui e quello di acqua di colonia di lei si mescolano, la avvolgono, le tolgono il respiro. Cosa vuole questa, si chiede cupa, adesso finisce che perdiamo pure la fermata!

“Siamo arrivati?” L’irritazione con cui il padre la zittisce non la rassicura. Ora può solo guardare fuori, appanna col respiro il vetro del finestrino. Le pare di sentire i due sopra di lei parlare di problemi, di figli troppo piccoli: anche la sconosciuta deve averne, chissà se sono biondi, lei e le sue amiche del palazzo sono tutte brune, con gli occhi scuri. Improvvisamente la donna saluta, scende: finalmente!

La vede allontanarsi, scuotere il capo. La piccola sta per rallegrarsi, ma poi alza lo sguardo: negli occhi del padre una disperazione impotente, come quando con la madre discutono di spese che non riescono a sostenere. “Quando arriviamo?”, insiste petulante. “Tra poco, taci.” Il tono della voce del padre ha una durezza nuova. Dopo qualche minuto la fa alzare, la spinge verso l’uscita. Le porte a soffietto si aprono, il predellino si rovescia all’esterno, scendono. La mano calda dell’uomo stringe nuovamente quella della figlia. Si avviano lungo il marciapiede, silenziosi. Il tram riparte, sferragliando alle loro spalle. Anche l’infelicità ha un odore. Ora la bambina lo conosce.”

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