“Lavora quando puoi e riposa quando devi”
Lailah Gifty Akita

#musicasuldivano: sette album per una settimana di quarantena

«La musica è un linguaggio universale: parla ad ogni uomo, è diritto naturale di noi tutti. Un tempo era soprattutto prerogativa di classi privilegiate in centri culturali, ma oggi, con la radio e i dischi, essa penetra nell’intimo delle nostre case, a qualsiasi distanza possano vivere dai centri culturali. A ciò si doveva arrivare perché la musica parla a ogni uomo, a ogni donna, a ogni bambino, a potenti e umili, ricchi e poveri, felici e infelici, a tutti coloro che sono sensibili al suo profondo e potente messaggio»: così scriveva L. Stokowski ne La musica per tutti. E allora quale scelta migliore, per questo periodo di quarantena, di ascoltare almeno un album al giorno? Per i miei consigli di questa settimana, sette opere che hanno rivoluzionato per sempre il corso della storia della musica rock.

Bob Dylan, Blonde on Blonde (1966)

Blonde On Blonde è, insieme al coevo Freak Out! di Frank Zappa, il primo disco creativo della musica rock: la sua influenza sulla musica dell’epoca fu enorme, perché invogliò un’intera generazione di musicisti ad esprimere innanzitutto se stessi. Nel giro di pochi anni tutti i complessi inglesi e americani concepirono il loro primo disco creativo (battistrada commerciali, i The Beatles). Si spalancarono le porte alla psichedelia e s’inaugurò la stagione del 33 giri, cancellando completamente il mito del folksinger, del cantante di protesta. Una miriade di elementi musicali (folk, blues e beat), il disagio esistenziale, la personalità mitomane e le citazioni letterarie si aggregano e si compenetrano in un unico blocco sonoro-emotivo, di cui Desolation Row e Sad-Eyed Lady of the Lowlands sono i massimi esempi.

Frank Zappa, Freak Out! (1966)

Zappa ha inventato un po’ di tutto, dalla new wave all’operetta rock, dal rock progressivo al punk rock e molte delle sue intuizioni non hanno nemmeno un nome perché non è ancora nato il musicista rock che le sappia continuare. Freak Out è dedicato allo “sballo”, il processo (a detta del compositore) mediante il quale l’individuo si libera di un modo antiquato di pensare, di vestirsi e di comportarsi ed esprime in modo creativo il suo rapporto con la comunità. Tutto ciò è riportato, con dovizia di gag letterarie, sulla copertina del disco; vezzo, questo, che instaura una tradizione consolidata col tempo: quella di comunicare a mezzo appunto di copertine stato emotivo e accadimenti insoliti della troupe.

 

The Velvet Underground, The Velvet Underground & Nico (1967)

Andy Warhol produce l’album e disegna sulla copertina una delle sue banane, il simbolo fallico assurto col tempo a suo marchio di fabbrica. Nico, monella perversa e angelo tenebroso, emette sordi lamenti teutonici. Reed compone le melodie e scrive i testi, atroci squarci delle angosce dei bassifondi, un’infernale commedia sulla miseria morale dell’umanità notturna. Il viaggio nei bassifondi della decadenza si apre con il il freddo paesaggio lunare di Sunday Morning (che doveva essere cantata da Nico ma all’ultimo momento venne registrata da Reed con voce effeminata), tenue fiaba raccontata da una fata maledetta con accorata nostalgia.

The Doors, The Doors (1967)

L’album scaturisce dalla fusione di sei elementi dall’alto potenziale suggestivo: la grezza pulsione del blues rock; una personale interpretazione in chiave barocca della psichedelia; un piano accurato di contaminazione esotica; il canto seducente e sinistro di Morrison; il fascino addirittura evangelico della sua personalità; il simbolismo folgorante dei testi, a metà strada fra tragedia greca e psicanalisi freudiana. Il disco si apre con uno dei loro brani più famosi, Break On Through, un tema rabbioso e insolente con un ritmo incalzante che si consuma senza un attimo di pausa in poco più di due minuti: un’epilessi punk ante litteram, seppure con tracce di Ray Charles (What’d I Say) ed Elmore James (Shake Your Money-Maker).

Tim Buckley, Lorca (1970)

I brani, lunghi e tesi labirinti sonori di infima depressione, sono percorsi da brividi stremanti, frutto di una tristezza che rovista baratri senza fondo; Buckley è alla deriva in un coma cosciente. Il primo brano, Lorca, è un’unica vertigine di dieci minuti in 5/4, che si apre in una cupa atmosfera di suspence: un continuo, ossessivo lamento di organo e un acceso pianismo swing fanno da sottofondo a un flusso funereo di vocali espanse; poi un diminuendo, che sfuma dall’asfissiante tormento iniziale degradando per traumi successivi, mano a mano più sommessi, fino al bisbiglio stremato, alla prodigiosa stanchezza di quell’ultima, sbiadita, nota. Un poema drammatico, un’ode alla paura, all’angoscia, alla morte, una messa nera da cui emana un atroce senso di impotenza: il grido impercettibile di un fantasma murato per l’eternità dentro una stella fredda.

Nico, Desertshore (1970)

In quest’album afflitto da un cupo senso di mistero e di angoscia, gli enunciati taglienti, i sussurri equivoci e le nenie fanciullesche di Nico sembrano essere le voci di una malata perennemente assorta in un’attonita paralisi mentale, che conferisce al disco una staticità ossessiva. Straziante e immanente, la musica si attiene alla strumentazione un po’ snob del disco precedente (The Marble Index), con harmonium e viola elettrica a scandire impotenti un ritmo che è puro flusso di coscienza e sibili e clangori metallici a suscitare incubi cosmici. Le qualità astratte del suo canto brillano soprattutto in Julius Caesar, in cui è evidente la derivazione dal recitar cantando, violentato saltuariamente da melismi arabo-persiani: il canto è del tutto indipendente dall’indemoniato duetto di viola e harmonium e la sua funambolica linearità ne è anzi l’antitesi.

Robert Wyatt, Rock Bottom (1974)

In Rock Bottom si fondono le due componenti principali della musica di Wyatt: il melodismo sentimentale di Moon In June e la vocalità patafisica di Las Vegas Tango. All’insegna del free jazz nasce quindi una suite di grande suggestione ed emotività, opera di un saggio che osserva sconsolato il divenire dell’Universo rinunciando a capirne la ragione, pur tragicamente conscio della condizione umana. Alifib è praticamente un assolo di Wyatt per respiro e tastiere: sul ripetersi ginnastico della medesima nevrotica inspirazione, si distendono serafiche le tastiere in accordi celestiali; poi un crooning nonsense, malinconicamente innamorato e teneramente folle, tesse una serenata spenta simile a certe ballads di Buckley.

Da non perdere anche l’appuntamento in diretta Facebook, previsto per sabato 21/03 h 18 e h 20, con lo spettacolo Qualcuno era comunista di Federico Sirianni: il pluripremiato cantautore genovese omaggia Gaber proprio come avrebbe fatto sul palco del teatro Le Musichall. Buon ascolto!

Matteo Gentile

matteog@vicini.to.it

 

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