“Non sapendo quando l’alba arriverà, tengo aperta ogni porta.” Emily Dickinson

Coronabonds: cosa c’è dietro alle parole

Immaginiamo che un gruppo di amici, due o tre famiglie, prendano in affitto un alloggio o una villetta per fare una vacanza insieme. Condivisione degli spazi, delle necessità, in gran parte anche degli interessi. E che decidano di fare cassa comune. Gino, mattiniero, esce e porta le brioche per tutti, Pina compra il pane e la focaccia, Nina si incarica della spesa. E tutti attingono, per le spese comuni, al borsellino che viene poi rifornito la sera. Solo che poi nella casa vacanze a fare la spesa ci vanno anche Carlo e Gina, entrambi forti consumatori di superalcolici e tabacchi. E i non bevitori e non fumatori protestano.

Questa è la logica dello strumento finanziario che dovrà servire a coprire le spese per la ripresa, o ricostruzione, come viene definita in analogia con quella degli anni del dopoguerra, e che si sta discutendo nelle varie sedi istituzionali della UE.

Sul nome da dargli lasciamo perdere, ma forse è utile parlarne in questo momento in cui si comincia a vedere uno spiraglio per la fine del periodo più nero.

La logica di un fondo comune per combattere una minaccia comune è condiviso da molti cittadini e governi UE, ma fa da contraltare la paura dei Nordici (Germania, Olanda e Austria in testa) che si finisca per finanziare il debito, o la disorganizzazione colpevole, delle Nazioni poco virtuose (Italia, Spagna a cui si è aggiunta in corsa la Francia).

In questo contesto si situa il dibattito tra un debito definito simmetrico (la crisi tocca tutti nello stesso modo, e così dovrà essere la spesa per farvi fronte) e asimmetrico (quello delle singoli Stati, tra cui quello italiano desta la preoccupazione maggiore). Con il Presidente Conte che si affanna a sostenere che nessuno intende “mutualizzare” il debito delle singole Nazioni. Ma una cosa è pretendere di non buttare anche solo una parte dei debiti nazionali in un unico calderone, altro chiedere a un singolo Paese di accollarsi costi di cui non è responsabile e che non sono divisibili.

Certo ai Nordici non possiamo dare tutti i torti. Temono che contrarre un debito insieme a uno Stato fortemente indebitato possa indurre dei rischi circa la propria credibilità come debitori.

Suonano profetiche le parole sulla Sanità di Davide Giacalone, che abbiamo avuto ospite in Cascina Roccafranca poco più di un mese fa (e sembra un’eternità), nel suo saggio “Leali All’Italia”: …una raffica di riforme. Un succedersi forsennato di colpi…”una regionalizzazione disfunzionale…”.

Un’emergenza organizzativa, non solo sanitaria, di cui siamo testimoni in questi giorni. Mascherine che vanno da una parte all’altra dell’Italia, broker che se ne procurano piccoli stock per rivenderli a prezzi maggiorati in Rete. Non stiamo dando un buon esempio. Mettere soldi in un sistema disfunzionale significa non solo vedere gli sforzi disperdersi, ma alimentare e replicare la disfunzionalità.

Viceversa, Walter Ricciardi, membro dell’OMS e consulente del Governo per la Sanità, ci ricorda (RAI 1 Frontiere del 30 marzo) che è in corso una gara d’appalto UE per la fornitura di dispositivi di protezione individuale agli Stati membri. 25 Stati partecipanti, bando avviato il 28 febbraio, gara indetta il 17 marzo, offerte in valutazione, tempi di consegna 2 settimane. Sono le protezioni che dovremo ahimè indossare per mesi. Sembra una prova di efficienza, di fronte ai proclami di casa nostra non sempre seguiti da atti concreti e rapidi.

Può essere di grande utilità uno strumento come quello proposto dal nostro Presidente Conte. In cui ciascuno Stato contribuisca pro-quota e gli interessi da pagare siano gli stessi per tutti (quindi niente spread). E i rimborsi (il termine è “maturità”) previsti a lungo termine

La Commissione Europea contrappone il Fondo salva Stati (MES o ESM nell’acronimo inglese) che ha ancora una dotazione di 410 Miliardi. Si tratta di quella formula famigerata che risollevò Grecia, Portogallo e Cipro a costo di lacrime e sangue e in cui ricorreva il nome di Lagarde. Sarebbe più o meno lo stesso oggi: il prestito è in genere a tasso agevolato ma viene concesso a precise condizioni (potrebbe essere un limite nel rapporto deficit/PIL dello Stato interessato) e comunque richiederebbe misure “strutturali”. Insomma tagli alle spese, tasse. Meno tasso più tasse. Non è il momento.

L’altro provvedimento già in atto è la disponibilità data dalla BCE ai singoli Stati di accedere a un maxi prestito (1800 miliardi, Il Corriere 14 marzo) a tasso agevolato, in questo momento addirittura negativo. Solo che è destinato alle Banche. L’auspicio è che la liquidità arrivi alle imprese di beni e servizi, specie a quelle più piccole. E chi non vorrebbe un prestito in cui chiedi 100 e restituisci 99,5? Di fatto, tuttavia, le Banche non si sono ancora mosse perché mancano le procedure operative. Boh.

Infine: la Presidente della Commissione UE Von der Leyen, aveva in mente un’assicurazione per contrastare la disoccupazione in ambito UE (Il sole 24 ore, 20 mazo 2020) ma probabilmente i suoi concittadini ed elettori tedeschi devono avergliela fatta passare. (Nota: nel momento in cui scriviamo sono in corso contatti tra il Presidente Conte e la Presidente Von der Leyen proprio in merito a questa proposta UE; v. conferenza stampa della Presidenza del Consiglio 1 aprile ore 20 30).

Gianpaolo Nardi

gianpaolon@vicini.to.it

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