“Non sapendo quando l’alba arriverà, tengo aperta ogni porta.” Emily Dickinson

La giornata d’uno scrutatore (dal balcone)

Ho letto di recente La giornata d’uno scrutatore, un libro che Calvino pubblica nel 1963 dopo una lunga gestazione (l’idea l’ebbe già nel ’53) e nel quale vuole fare una sintesi di tutti i problemi, letterari e ideologico-politici, da lui affrontati negli anni precedenti. Nei giorni seguenti mi sono trovata più volte a pensarci e alcune riflessioni del libro, che solo di queste è interamente composto, mi hanno portato a riflettere a mia volta sulla nostra situazione attuale.
La giornata d’uno scrutatore è ambientata nel Cottolengo (i torinesi avranno ben presente di che luogo si tratta), il ricovero degli “idioti“, come vengono chiamati nel libro senza intento dispregiativo. Questo posto scaraventa addosso al protagonista, Amerigo Ormea, una miriade di domande, a cui Amerigo non riesce a dare una risposta.

Ebbene io mi sento come Amerigo. Intrappolata nelle mura di casa mi pongo mille domande, anzi porre non è proprio il termine che dovrei usare perché piuttosto che farmele io le domande, sono loro che saltano in testa a me: a volte mi colpiscono a raffica, spesso non ho terminato di pensarne una che il filo dei pensieri viene spezzato da quella successiva; altre volte invece, per quanto mi sforzi, non mi viene in mente nulla. Mi sento come se brancolassi nel buio nella sola attesa di quel momento di fioca luce che arriva quando le domande mi assalgono la testa e io cerco di ordinarle; ma anche quando questo succede, alla domanda non segue quasi mai una risposta, almeno una che possa realmente definirsi tale.

Proprio come me, Amerigo non riesce a dare una risposta alle sue domande; non riesce perché non può, è giunto alla conclusione che la realtà non sia riconducibile ad un’unica immagine: per Amerigo la realtà è a volte “un sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie di un carciofo”, a volte invece “un agglutinamento di significati, una pasta collosa”. E mi sembra che sia proprio in questa “pasta collosa” di cui parla Amerigo, che noi tutti ci siamo adesso impantanati, io per prima.
Tra i suoi vaneggiamenti, Amerigo Ormea si ferma a pensare quanto la nostra vita sia regolata dal caso: nella sede elettorale del Cottolengo un tavolo separava le persone sane di mente (gli scrutatori, tra cui Amerigo) da quelle che non lo erano. Era stato il fato a decidere chi avrebbe occupato le rispettive fazioni quel piovoso giorno del 1953: “…Un cromosoma fuori posto e tutta la tua vita sarebbe stata diversa”. Questa è la frase che suonava in testa ad Amerigo.

Mai come in questo periodo mi sono ritrovata anche io a pensare quanto la nostra vita, e tutto ciò che ci sta intorno, sia fragile. Viviamo in un mondo improntato al progresso: abbiamo mandato l’uomo sulla Luna, modifichiamo il patrimonio genetico degli esseri viventi, abbiamo creato sistemi operativi che dialoghino con noi, controlliamo tutto il mondo con tecnologie all’avanguardia, ci sentivamo invincibili, quasi ultraterreni e un microscopico virus ci ha riportato alla realtà. Ha messo in ginocchio l’intero pianeta, riesce a mettere in ginocchio gli Stati Uniti, la potenza più grande al mondo, abituata a vincere sempre, con qualche eccezione, dal 1776. Forse per questo gli americani corrono alle armi, è l’unico modo che conoscono per vincere, perché questo virus ha preso tutti alla sprovvista, anche i grandiosi americani.

Sarebbe quindi la cosa più ovvia darla vinta all’infinita vanità del tutto ma voglio credere, devo credere, che ci sia qualcosa che possa contrastare questa mancanza di senso. Leggendo del contadino che ogni domenica fa il viaggio fino al Cottolengo “per veder masticare suo figlio” nel 1953, leggendo di tutte le persone che si stanno spontaneamente dando da fare per portare aiuto oggi, penso di poter riconoscere quel qualcosa nell’amore.

Calvino, ha capito che per comprendere il “mondo Cottolengo” avrebbe dovuto abbandonare la ragione illuministica e spostare le sue considerazioni sul piano dell’etica, ed è forse proprio quello che dovremmo fare anche noi per comprendere il nostro mondo per come ci si è presentato negli ultimi mesi. Dopo essersi imbattuto nell’uomo che ogni domenica fa il viaggio fino al Cottolengo “per veder masticare suo figlio”, Amerigo arriva alla conclusione che “l’uomo arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo” e anche noi, nella sfida che ci è stata posta davanti dal “fato”, arriveremo dove arriva l’amore…almeno dobbiamo provarci.

Chiara

chiaral@vicini.to.it

 

 

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