“Non sapendo quando l’alba arriverà, tengo aperta ogni porta.” Emily Dickinson

Famiglie e lockdown: stato di stress

Tremila famiglie italiane, interpellate su “come stanno” nel pieno del lockdown. Oltre il 60% dice di essere fortemente stressato su numerosi fronti: dalle preoccupazioni per la salute a quelle per il lavoro, dalla difficoltà di gestione familiare a quella di conciliazione fra smartworking e cura dei figli.

Questa sintesi è stata elaborata da Sara De Carli sulla rivista online Vita.it raccogliendo anche (nel virgolettato dell'intervista) alcune osservazioni di Rosa Rosnati, docente di Psicologia Sociale all'Università Cattolica di Milano

Con solo un terzo delle famiglie, in questo difficile periodo, che ha percepito il supporto delle istituzioni. I dati sono quelli della ricerca “La famiglia al tempo del COVID19”, condotta da un gruppo di ricercatori psico-sociali del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica, insieme alla società Human Highway.

È una ricerca che prevede due fasi: la prima ha coinvolto le famiglie tramite questionario on line, tra il 30 marzo e il 7 aprile (periodo in cui la pandemia in Italia era al suo massimo ), mentre la seconda verrà effettuata a breve, a conclusione della fase 2.

La ricerca ha coinvolto 3.000 persone (tra i 18 e i 85 anni), che costituiscono una campione rappresentativo di circa due terzi della popolazione italiana (ovvero di circa 40 milioni di persone che utilizzano internet almeno una volta alla settimana).

Cosa è emerso?

Che in Italia, una famiglia su tre (il 36%) ha uno o entrambi i genitori che lavorano da casa in smartworking e contemporaneamente si occupano dei figli. Fra quanti dichiarano di aver l’attività lavorativa sospesa, il 69% vive in una famiglia con figli conviventi. Il 45% del campione si attende una diminuzione delle entrate. Le famiglie che basavano il proprio non facile equilibrio giostrandosi tra mille impegni ma potendo in genere usufruire di tutta una serie di aiuti familiari e sociali, nel periodo del lockdown si sono trovate improvvisamente a dover far fronte alle mille esigenze potendo attingere solo a risorse interne: infatti meno del 10% ha potuto contare sul supporto dei parenti o di figure esterne, con le famiglie con figli piccoli o adolescenti che ancora meno delle altre hanno avuto supporto di parenti o amici. Non stupisce allora che le famiglie con figli in casa abbiano una visione del futuro più nera rispetto alle altre famiglie.

L’impatto di problemi e stress infatti non è uguale per tutti: chi ha figli in casa, notano i ricercatori, ha livelli di stress decisamente più elevati e conseguentemente anche livelli di benessere psicologico inferiori rispetto alle coppie senza figli, ai single o alle coppie con figli grandi e fuori casa.

Quanto è questo “maggiore stress” di chi ha figli? È statisticamente significativo: tra le famiglie con figli, il 61% dichiara di vivere una molteplicità di stress, contro il 49% delle coppie senza figli (in questa fascia, il 51% dichiara di avere al massimo un solo stress). Inoltre, all’interno delle famiglie con figli lo stress è più pesante per le famiglie con figli piccoli e adolescenti rispetto a chi ha figli giovani adulti. I fattori di stress maggiormente segnalati dalla famiglie con figli hanno come per tutti al primo posto la paura di ammalarsi o che un familiare si possa ammalare, ma immediatamente dopo viene la paura di non avere soldi per far fronte ad una emergenza e di perdere il lavoro. Quest’ultimo è particolarmente forte nelle famiglie con figli piccoli, così come la paura di doversi indebitare e lo stress dovuto alla conciliazione famiglia e lavoro. La gestione della vita familiare è una fonte di stress che accomuna le famiglie con figli piccoli e con figli adolescenti, ma queste ultime tra le principali fonti di stress annoverano le limitazioni alla vita sociale in misura maggiore rispetto alle altre.

Proviamo a indagare ulteriormente il vissuto di chi ha trascorso il lockdown insieme ai figli a casa, figli a cui è stato tolto tutto il loro mondo: scuola, nonni, sport, amici, parco, bici… affiancando allo smartworking i compiti di accudimento e cura e quelli di istruzione.

Che differenze si rilevano tra chi ha figli piccoli e in età scolare (0-13 anni) e chi ha figli adolescenti? E quali prime riflessioni ci sollecitano questi dati?

«Le famiglie con figli piccoli hanno livelli di benessere psicologico decisamente inferiori alle altre, in un certo senso sono più “a rischio”. Il dato sicuramente più preoccupante è che il benessere psicologico è più basso tra coloro che hanno figli piccoli o adolescenti: evidentemente il pile-up di eventi stressanti che sono andati a cumularsi in questo periodo, in assenza di risorse esterne (vuoi familiari vuoi sociali) che in queste settimane sono state pressoché azzerate pesano in modo significativo su queste famiglie. Le famiglie con figli piccoli si “sentono in gabbia” più di quelle con figli adolescenti, il 65,3% contro il 61,4%.

Fanno più fatica a conciliare lavoro e gestione H24 dei figli. Al tempo stesso sono famiglie che litigano meno rispetto a chi ha figli adolescenti (35,9% contro 53,8%). Ma sono quelle che più di tutte sono riuscite a vedere questa situazione anche come opportunità: proprio le famiglie con figli piccoli, più di quelle con figli adolescenti, dicono di “aver scoperto o riscoperto nuovi valori” (58,1% contro 49,7%) o che “passiamo più tempo divertente insieme” (60,7% di chi ha bambini piccoli contro il 49,8% di chi ha figli adolescenti) .

Chi ha figli adolescenti risente dei limiti imposti alla socializzazione e riesce a cogliere meno opportunità», dice Rosa Rosnati, membro del Consiglio Scientifico del Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Quindi quali riflessioni fare? Una prima riflessione può essere che «il lockdown ha richiesto una nuova organizzazione familiare e in molti casi ciò ha permesso ai genitori di trascorrere più tempo con figli, liberi da impegni extrascolastici. Le famiglie hanno mostrato in generale una notevole capacità di adattamento e hanno dovuto con creatività trovare nuovi strumenti e nuove modalità di passare il tempo insieme: cucinando, giocando, riscoprendo giochi lasciati per lungo tempo nel cassetto… Anche la didattica a distanza, che sicuramente da un lato è un carico per i genitori, rappresenta anche la possibilità di condividere, di entrare nel mondo scolastico del figlio, un mondo in cui di solito i genitori restano ai confini. Probabilmente a queste famiglie sono arrivate più proposte, più risorse, anche via web, per attività da fare insieme e le famiglie hanno saputo sfruttarle come opportunità».

Con i figli adolescenti invece l’impatto dell’accudimento è inferiore, i ragazzi hanno una maggiore autonomia anche nella didattica a distanza e tuttavia queste famiglie «risultano forse più isolate, hanno meno risorse a disposizione…».

La situazione delle famiglie con figli adolescenti quindi sembra maggiormente critica: perché? «Forse perché i figli adolescenti si sono rintanati nei social per sopperire alla mancanza di contatti diretti, in quel mondo virtuale con cui hanno già una elevata familiarità e che lascia del tutto tagliati fuori i genitori e in generale il mondo degli adulti».

Questi dati sono sufficienti già a darci delle indicazioni per la fase 2 e per la ripresa?

«Queste famiglie sospese tra rischi e opportunità lanciano anche dei chiari segnali SOS rispetto ai gravosi e molteplici compiti che si trovano a dover svolgere e che rischiano di farle implodere, allo stress accumulato per le impellenti necessità finanziarie e lavorative e di conciliazione famiglia e lavoro. Vivere a lungo in situazioni così altamente stressanti che impatto avrà sul benessere psicologico dei diversi membri della famiglia, e soprattutto sui più piccoli e sugli adolescenti? Cosa troveremo quando, a emergenza finita, il malessere potrà venire a galla? I dati poi ci dicono anche che dobbiamo avere un’attenzione privilegiata per le famiglie con adolescenti, perché se si sta pensando a possibili interventi a sostegno delle famiglie (sperando che non tardino troppo ad arrivare), sono per lo più indirizzati a bambini in età scolare: e gli adolescenti?», conclude Rosnati. «Come rispondere in modo efficace ai bisogni di socializzazione e quali strumenti possiamo offrire già ora ai genitori per far sì che questo tempo sospeso possa diventare davvero fruttuoso?».

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